Carceri piene di uomini, vuote di speranza !


Carcere di PadovaHa usato il cavo della televisione per farla finita con una vita, che doveva sembrargli priva di qualsiasi speranza: il 25 aprile si è ucciso nella Casa di reclusione di Padova un detenuto, Alessandro Braidic. Lo vogliamo ricordare, per continuare anche in nome suo a batterci per condizioni più civili nelle carceri, per le persone detenute, ma anche per chi ci lavora. Perché non possiamo dimenticare che pure tra gli agenti c’è sofferenza per le condizioni di lavoro sempre più frustranti, e che il 29 aprile si è tolto la vita uno di loro, in servizio nella Casa circondariale di Padova.

Il sovraffollamento non è un problema di numeri

Sabato 26 aprile, quando sono entrata nel sito del Mattino di Padova, ho sentito un pugno nello stomaco: “Padova, detenuto si impicca in carcere con il filo elettrico”. Sono andata subito a cercare il nome, io in quel carcere ci entro ogni giorno da diciassette anni, conosco tanti detenuti e ho avuto paura. Ma il nome non c’era, c’era solo un fine pena mostruoso, 2039. Mi sono allora attaccata al telefono per cercare quel nome, e alla fine l’ho saputo: Alessandro Braidic.

Io non lo conoscevo, Alessandro, e quindi un po’ di sollievo l’ho provato, non era uno della mia redazione, ma è stato un sollievo amaro. Perché poi cominci a farti tante domande, a cercare delle ragioni, a pensare se ci sono delle responsabilità, se si poteva evitare. È una domanda anche stupida, per carità, nessuno è in grado di dire se si poteva evitare un suicidio, però una riflessione su quello che sta succedendo nelle carceri io voglio tornare a farla.

Io personalmente sono stanca di difendere queste istituzioni, di essere obiettiva, di richiamare le persone detenute alla loro responsabilità, che certamente hanno, a volte anche pesantissima, sono stanca e avvilita per la grande e diffusa evasione dalla responsabilità che mi vedo intorno. Perché bisogna pur ripeterlo ogni giorno che il problema non è mille detenuti in più o in meno, mezzo metro di spazio in più o in meno, il problema è il vuoto di speranza di tutto il sistema: a partire dalle pene inumane come quel 2039 di Alessandro, uno che comunque era un “predestinato” alla galera già solo per il suo essere un “sinto, giostraio, nomade, rom” (i giornali le hanno usate tutte, queste definizioni, quando hanno parlato di lui). E poi la sua carcerazione, inutile, disperata. Prima a Milano, poi a Padova.

Io non so cosa ci facesse a Padova, lontano dalla sua famiglia, solo, ma alcuni dubbi li ho, alcuni motivi di rabbia anche:

Non vorrei più vedere servizi televisivi sul carcere modello di Bollate o su quello di Padova. Bollate è una specie di santino, Padova un mezzo santino dell’Amministrazione penitenziaria. Prendiamo Padova, che conosco bene, qui sono impegnati a fare qualcosa, con la pasticceria, Ristretti, la scuola, la legatoria forse quattrocento detenuti, ma ce n’è quasi cinquecento che vivono, come altre migliaia in Italia, la stragrande maggioranza, nel vuoto, nell’assenza di futuro, nella fragile speranza di un trasferimento in un altro inferno, solo un po’ migliore. Come Alessandro Braidic, che per farsi mandar via si era isolato da tutti.

Voglio credere alle promesse dell’Amministrazione, che dichiara con una nuova Circolare l’intenzione di umanizzare i trasferimenti e di dare risposte “entro 60 giorni” alle richieste dei detenuti di essere trasferiti. Ma allora perché Alessandro Braidic si era chiuso e isolato proprio per essere trasferito da Padova, dove non aveva nessuno, e andare a Milano, vicino alla famiglia, e aspettava credo da più di un anno una risposta alla sua richiesta di trasferimento?

Vorrei che tutto quello che riguarda le “morti di carcere” fosse oggetto di una informazione chiara, attenta, precisa: perché è importante ricostruire ogni passaggio delle vite e delle morti come quella di Alessandro Braidic, per capire, per cercare le responsabilità, per spezzare la catena di indifferenza che c’è dietro queste storie e fare davvero tutto il possibile per ridare umanità alle galere. E non per paura dell’Europa e delle sue sanzioni, ma per rispetto di noi stessi e delle nostre istituzioni.

Ornella Favero, Redazione di Ristretti Orizzonti

Morti che si tolgono la vita

Sui quotidiani di Padova del 26 aprile leggo “Nel carcere di Padova si è tolto la vita Alessandro Braidic. Condannato al carcere fino al 2039 si impicca in cella con il cavo della TV”. Qui si continua a morire, ma nessuno fa nulla perché la morte dei “cattivi” non interessa quasi a nessuno. Un altro detenuto che se ne va, un altro ancora, che forse amava la vita e per continuare ad amarla è dovuto morire perché in carcere si vive una non vita. Forse là fuori, molti “buoni” del mondo libero non sanno che quando in carcere un compagno si toglie la vita tanti altri detenuti lo invidiano. Cercano di indovinare i suoi ultimi gesti per ricordarsi di quando toccherà a loro. Ed io questa notte ho immaginato i pensieri che forse gireranno nella mia testa quando toccherà a me.

Ho sempre vissuto come ho potuto. E non certo come avrei voluto, ma non ho mai smesso di amare l’umanità anche quando questa mi ha maledetto e condannato a essere cattivo e colpevole per sempre. Mi viene in mente che i filosofi non consideravano la scelta di suicidarsi un crimine o un peccato, ma solo un modo di abbandonare la scena quando la vita diventava inutile. E la mia vita oltre che inutile ora è diventata anche insopportabile. Non temo la morte. È già da tanto tempo che la aspetto. E lei per farmi dispetto e per lasciarmi in prigione tarda a venire. Ora però sarò io ad andare da lei. Ogni ergastolano resiste a stare in carcere fino a un certo numero di anni, che cambia a seconda degli uomini. Poi ad alcuni non rimane altro che impiccarsi alle sbarre della propria cella. Io già ho superato di molti anni questo limite, ma non ho ancora avuto il coraggio di togliermi la vita per l’amore della mia famiglia. A un tratto immagino che non esiste un ergastolano che non abbia mai pensato a togliersi la vita per uscire prima. Per un po’ cammino avanti e indietro per la cella. Mi sdraio sulla branda. Fisso il soffitto macchiato di umidità per una decina di minuti. Mi scrollo gli ultimi dubbi da addosso. Poi non ci penso più di tanto. Mi guardo intorno per la cella come se qualcuno mi potesse vedere e impedirmi di fuggire da dentro l’Assassino dei Sogni, come io chiamo il carcere. Tento un debole sorriso a me stesso. Mi tolgo la malinconia con una scrollata di spalle. E faccio quello che ho pensato sempre di fare. In tutti questi anni ci avevo pensato anche troppo. Provo l’impressione che le pareti della cella si stringano intorno a me. Poi viene il buio. Ed è così denso che sembra che mi sorrida. La libertà e la morte sono così vicine che basta allungare la mano per toccarle. Ed io lo faccio. Prima tocco la morte. Poi abbraccio la libertà. E mi addormentò come fanno solo i morti.

Ciao Alessandro, non ti conosco, non ti ho mai visto, ma ti ammiro per esserti rifiutato di vivere una vita da cani. Spero un giorno di avere anch’io il tuo coraggio. Buona morte.

Carmelo Musumeci

25 aprile 2014 giorno di morte in carcere a Padova

È morto un altro detenuto, Alessandro, un ragazzo che ho conosciuto personalmente, un ragazzo con il quale ho parlato, qualche volta anche scherzato, un ragazzo che non avrei mai immaginato potesse fare una fine del genere: essere trovato pendente da una corda…

Era arrivato dal carcere di Milano, e da subito si è dimostrato aperto al dialogo con gli altri detenuti. Era nella mia stessa sezione fino a qualche mese fa, poi per suoi motivi legati a problemi, io credo psicologici, o psichiatrici non so bene, ha deciso di isolarsi da tutti e ha chiesto il divieto d’incontro con tutto il carcere, perché voleva essere trasferito, ed era stato portato nella sezione isolati.

Nell’ultimo periodo, prima di essere messo in isolamento, si vedeva chiaramente che stava male, il suo carattere era cambiato da un giorno all’altro, parlando con le persone che conosceva esprimeva chiaramente dei comportamenti dettati da un disagio, era diventato una persona del tutto diversa.

Ora mi chiedo: qualcuno si sarà accorto che non stava bene? Sicuramente sì, perché già da quand’era in sezione assieme a me veniva visto dal medico e lui stesso chiedeva di poter essere visitato dallo psichiatra, cosa che poi era successa. Risulta evidente che i medici erano al corrente della sua situazione e del fatto che non era una persona che poteva stare là, dove poi alla fine si è tolto la vita, per triste coincidenza nel giorno della “Liberazione”.

A mio parere non si può tenere un ragazzo per mesi e mesi in una sezione di semi-isolamento. E prima che lo mettessero lì tutti sapevamo bene che lui aveva dei seri problemi psichici e che il carcere di Padova non era il posto adatto a lui. Qui, secondo me, qualcuno dovrebbe chiedersi se davvero è stato fatto tutto il possibile per capire il suo malessere, perché comunque non è giusto che un ragazzo giovane, l’ennesimo ragazzo, perché in carcere sono tanti i ragazzi giovani che si tolgono o cercano di togliersi la vita, faccia una fine del genere. Io credo che sia giusto che qualcuno, nelle carceri italiane, si chieda: ma si poteva evitare? Ma davvero abbiamo fatto tutto il possibile perché nessuno pensi a un gesto così tragico come una forma di liberazione?

Andrea Zambonini e Biagio Campailla

Il Mattino di Padova, 5 maggio 2014

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