Catanzaro, Enza Bruno Bossio (PD) : “Soddisfatta per scarcerazione detenuto Alessio Ricco”.


On. Enza Bruno Bossio PDLa decisione del Tribunale del Riesame di Catanzaro di disporre la scarcerazione del giovane Alessio Ricco è la conferma della sussistenza della incompatibilità con il regime carcerario per le sue gravi condizioni di salute.
L’appello che ho lanciato insieme agli esponenti del Partito Radicale in occasione della visita ispettiva che abbiamo condotto nei giorni scorsi presso la Casa Circondariale di Catanzaro Siano non è caduto nel vuoto.
La grave patologia che affligge Alessio Ricco non poteva essere curata in condizione di detenzione ma imponeva, anche secondo i pareri medico-legali, una azione terapeutica presso un idoneo luogo di cura ad alta specializzazione.
La disposizione del Tribunale del Riesame è il riconoscimento per il giusto trattamento di un caso al quale si era interessata, su mia segnalazione, la Ministra della Giustizia Anna Maria Cancellieri già nello scorso mese di gennaio.
Piena soddisfazione, dunque, per il fatto che ora Alessio Ricco potrà curarsi a casa assistito dalla sua famiglia e vicino alla sua bambina finendo di scontare la sua pena.

On. Enza BRUNO BOSSIO

Deputato del Partito Democratico

http://www.enzabrunobossio.it – 7 Maggio 2014

Giustizia, Alessio Ricco incompatibile con il regime carcerario. Concessi i domiciliari. Soddisfatti Pd e Radicali.


Carcere Siano - reparti detentiviIl Tribunale del Riesame di Catanzaro, in riforma dell’Ordinanza emessa dalla Corte di Appello di Catanzaro ed all’esito degli accertamenti specialistici effettuati, ha disposto la immediata scarcerazione del giovane cetrarese Alessio Ricco, 29 anni, detenuto in custodia cautelare presso la Casa Circondariale di Catanzaro Siano, gravemente ammalato di artrite reumatoide. Al Ricco, condannato in appello per narcotraffico, difeso dagli Avvocati Giuseppe Bruno del Foro di Paola e Cesare Badolato del Foro di Cosenza, i Giudici del Riesame hanno concesso gli arresti domiciliari presso la sua abitazione in Cetraro dalla quale, potrà uscire con il consenso dell’Autorità Giudiziaria, per effettuare tutte le cure necessarie di cui ha bisogno.

visita_esponenti_radicali_carcere_siano_catanzaroNei mesi scorsi, la sua situazione, era giunta all’attenzione del Ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri grazie all’intervento di Emilio Quintieri, esponente del Partito Radicale. Successivamente, Quintieri, insieme a Sabatino Savaglio ed a Enza Bruno Bossio, Deputato del Partito Democratico e membro della Commissione Bicamerale Antimafia, si erano recati in visita ispettiva presso l’Istituto Penitenziario di Catanzaro per far visita al giovane ammalato, protestando per le cattive condizioni in cui veniva tenuto prigioniero. Inoltre, proprio di recente, la Parlamentare particolarmente sensibile ai problemi del “pianeta carcere”, aveva effettuato con i Radicali una ulteriore ispezione per accertare le condizioni di detenzione. Secondo gli esponenti politici la sua problematica di salute non era compatibile con il regime carcerario per cui ne sollecitavano la scarcerazione o, diversamente, il ricovero in una struttura sanitaria idonea. Alla fine, hanno avuto ragione. Infatti le conclusioni medico legali dei Medici Saverio Natì e Giovanni Pepe, sono state abbastanza chiare “a distanza di circa 6 mesi dall’inizio del trattamento con Methotrexate, la malattia non ha ancora raggiunto la remissione clinica né la condizione di low disease activy (malattia a lenta attività): il Ricco Alessio è da ritenere, pertanto, un non – responder al Methotrexate. Non solo non si è raggiunta la remissione clinica ma, addirittura, il caso in esame concreta una malattia in fase attiva, come dimostrano i segni e i sintomi di malattia tutt’ora presenti ed altamente invalidanti. Tale condotta terapeutica impone un ravvicinato monitoraggio delle condizioni cliniche che non è possibile eseguire all’interno di una Casa Circondariale dove rileva la scarsità di servizi sanitari specialistici e di personale specializzato nel trattamento del methotrexate ad elevato dosaggio. Si rende, quindi, necessario il trasferimento del Ricco Alessio in un Centro Reumatologico ad alta specializzazione, sia esso di ordine penitenziario o – in sua assenza – extracarcerario, atteso che l’attività della malattia di cui è portatore è tale da non consentire una adeguata cura in stato di detenzione in carcere. In subordine, ove l’Amministrazione Penitenziaria dello Stato, si dimostri non solo in grado di curare adeguatamente il Ricco Alessio, attraverso l’istituto degli arresti domiciliari presso un idoneo luogo di cura ad alta specializzazione, ritengo che sia opportuno porre il Ricco Alessio nelle condizioni di provvedere alle cure di cui ha bisogno in modo autonomo. Relativamente all’ambiente carcerario in cui il Ricco Alessio è detenuto, certamente non è possibile affermare che esso sia congruo e adeguato a chi soffre di artrite reumatoide : sovraffollamento, stato delle cose degradate, celle piccole e grondanti di umidità, igiene personale con acqua fredda sono tutti fattori che sicuramente non favoriscono la remissione clinica della malattia”.

MontecitorioSul caso di Ricco, proprio questa mattina, l’Onorevole Daniele Farina, Capogruppo di Sinistra Ecologia e Libertà in Commissione Giustizia alla Camera dei Deputati, aveva interrogato i Ministri della Giustizia e della Salute Andrea Orlando e Beatrice Lorenzin, per sapere quali informazioni disponesse il Governo in merito, quale sia stata l’assistenza sanitaria prestata al detenuto e se la stessa sia stata adeguata, per quali motivi lo stesso non fosse stato immediatamente trasferito in un Centro Clinico dell’Amministrazione Penitenziaria nonostante le sollecitazioni effettuate in tal senso e quali iniziative i Ministri interrogati, ognuno per la parte di propria competenza, intendevano adottare per garantire il fondamentale diritto alla salute del detenuto, assicurandogli un trattamento penitenziario che non fosse contrario al senso di umanità come previsto dalla Costituzione Repubblicana e dalla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.

Ricco avrebbe dovuto essere già stato scarcerato da tempo – dice il radicale Quintieri – perché le sue gravi condizioni erano evidenti ma, anche in questo caso, si è voluto perdere inutilmente del tempo prezioso. Ovviamente, a mio avviso, ci sono delle omissioni e responsabilità precise e lo Stato sarà chiamato a risponderne dinanzi alla Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo. Stiamo già preparando il ricorso per Ricco, conclude Emilio Quintieri, chiedendo la condanna dello Stato per violazione dell’Art. 3 della Convenzione Europea con richiesta di congruo risarcimento danni.

L’INTERROGAZIONE PARLAMENTARE DELL’ON. DANIELE FARINA, CAPOGRUPPO DI SEL IN COMMISSIONE GIUSTIZIA

 CAMERA DEI DEPUTATI

INTERROGAZIONE A RISPOSTA IN COMMISSIONE GIUSTIZIA

 

Al Ministro della Giustizia On. Andrea Orlando

Al Ministro della Salute On. Beatrice Lorenzin

Premesso che :

secondo quanto riferito all’interrogante da Emilio Enzo Quintieri, esponente dei Radicali italiani, presso la Casa Circondariale “Ugo Caridi” di Catanzaro Siano, in Calabria, si trova ristretto in custodia cautelare il detenuto Alessio Ricco, nato a Cetraro (CS) il 08/10/1984, per violazione della normativa sugli stupefacenti;

il Ricco, soggetto con pregressa tossicodipendente da cocaina, è affetto da “sindrome ansioso – depressiva nonché artrite reumatoide in fase acuta con tumefazione e dolore alle articolazioni ed in particolare modo ai polsi, alle mani d alla caviglia dx, impossibilitato a deambulare senza l’aiuto permanente di un accompagnatore e non in grado di compiere gli atti quotidiani della vita senza assistenza continua”, come attestato dal Certificato Medico nr. 2014AD45252 del 14/03/2014, a firma del Dottor Antonio Tavano, Medico in servizio presso la predetta Casa Circondariale propedeutico in sede di visita per il riconoscimento dello status di invalido civile e portatore di handicap ;

tale detenuto, dalla scorsa stagione estiva, ha iniziato a lamentare dolori alle articolazioni e per questi motivi, in data 09/08/2013, gli veniva prescritta terapia con fans e richiesti esami di laboratorio. Vista l’alterazione degli indici di flogosi e dei fattori reumatici nonché la resistenza alla terapia praticata, in data 24/09/2013, veniva richiesta una visita specialistica reumatologica presso l’Azienda Ospedaliera “Pugliese – Ciaccio” di Catanzaro. Quest’ultima, eseguita in data 10/10/2013, richiedeva  l’esecuzione di ulteriori accertamenti consistenti in esami rx mani e polsi, bacino e piedi ed altri esami di laboratorio dopo 20 giorni, in assenza di terapia cortisonica. Esperiti gli accertamenti richiesti, in data 04/12/2013, il detenuto veniva inviato nuovamente allo Specialista Reumatologo il quale chiedeva di visionare direttamente i radiogrammi effettuati prima di diagnosticare definitivamente la malattia sospettata. Tali radiogrammi, nonostante le sollecitazioni del detenuto e dei familiari, non sono state mai recapitate allo specialista reumatologo dalla Direzione della Casa Circondariale di Catanzaro causando un notevole ritardo nella diagnosi e nel trattamento della patologia che, nel frattempo, peggiorava rapidamente ed alla quale si aggiungeva una ingravescente difficoltà a deambulare che esitava in un grave pregiudizio della deambulazione autonoma, tanto che il Ricco Alessio fa attualmente uso di bastoni canadesi e di carrozzina ortopedica nonché di supervisione per gli spostamenti ;

soltanto in data 20/01/2014, dopo lo sciopero della fame ed il rifiuto della terapia attuato dal detenuto, la diffida della moglie Francesca Scornaienchi e la protesta dei Radicali, il Servizio Sanitario Penitenziario di Catanzaro ha preso contatti telefonici con il reumatologo ospedaliero assicurandolo che, a breve, avrebbe ricevuto quanto richiesto in modo da sciogliere la riserva sulla diagnosi e sulla terapia farmacologica da intraprendere. Nella nota Prot. nr. 225 M.I. del 20/01/2014 trasmessa alla Corte di Appello di Catanzaro il Servizio Sanitario Penitenziario scrive che “il detenuto al momento presenta un’artralgia ricorrente che molto probabilmente è dovuta ad artrite reumatoide all’esordio. Infatti gli accertamenti fin qui effettuati indirizzano a questa diagnosi. Nei prossimi giorni sarà sottoposto a nuova valutazione specialistica reumatologica con conseguente prescrizione di terapia specifica, dal momento che quella praticata finora si è dimostrata poco efficace. Il trattamento una volta stabilito, prevede un monitoraggio clinico – laboratoristico che può essere effettuato in istituto (salvo diversa indicazione specialistica) e dei periodici controlli specialistici più approfonditi che potranno essere eseguiti ambulatorialmente in ospedale. Al momento il detenuto si presenta sofferente e con limitazione funzionale dell’articolazione della caviglia dx che rende difficoltosa la deambulazione, tuttavia al momento non necessita di ricovero e può essere adeguatamente seguito in istituto.” ;

precedentemente, il detenuto era stato visitato dal Dottor Luigi Tundis, uno specialista reumatologo di fiducia, che come si evince nella relazione peritale datata 07/01/2014, aveva riscontrato che “il detenuto Ricco Alessio è portatore di menomazioni attinenti all’apparato scheletrico in particolare ai piedi, mani e gomiti. All’esame clinico si apprezza un evidente dolenzia alle articolazioni di ambedue le mani con diminuita prensilità e forza; il dolore si accentua in particolar modo alla digito – pressione, a livello della falange ed interfalangea delle suddette mani. Inoltre si apprezza notevole dolorabilità, sempre alla digito – pressione, a livello tibio-tarsica di ambedue i piedi con presenza di tumefazione e presenza di piccoli noduli reumatoidi. Presenza, inoltre, di dolorabilità a livello di ambedue i gomiti con piccoli noduli reumatoidi. Il Ricco riferisce rigidità mattutina e difficoltà alla deambulazione ed alla postura. Le menomazioni accertate, se lasciate a se, possono evolvere solo in senso negativo portando ad un peggioramento delle condizioni di salute del detenuto. Il che riverbererebbe i suoi effetti sul diritto alla salute costituzionalmente garantito, la cui violazione sarebbe fatto di evidenza solare.”. In conclusione lo Specialista reumatologico nel richiedere un attento monitoraggio clinico strumentale ed esami ematochimici e, quindi, una adeguata terapia medico e fisioterapica al fin di migliorare la qualità di vita del Ricco, affermava che tutto ciò “può essere espletato presso delle vostre strutture chiaramente idonee alla patologia del Ricco oppure in ambienti extracarcerari per poter favorire se non la completa restituito ad integrum quanto meno un recupero funzionale soddisfacente dello stato di salute del detenuto”;

tale situazione, per come riferisce il Quintieri, era stata opportunamente segnalata dallo stesso, in data 14/01/2014, con una lettera al Ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri che, per opportuna conoscenza, aveva inviato anche al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria ed all’Ufficio di Sorveglianza di Catanzaro; a seguito di questa lettera la Segreteria del Ministro comunicava al Quintieri di aver chiesto esaustive delucidazioni in merito e di aver incaricato il Dott. Francesco Cascini, Vice Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, di seguire con attenzione il caso del detenuto;

in data 30/01/2014 il Servizio Sanitario Penitenziario di Catanzaro ha sollecitato la Direzione dell’Istituto a chiedere ai Superiori Uffici dell’Amministrazione Penitenziaria “il trasferimento presso idoneo Centro dell’Amministrazione Penitenziaria con posto letto infermeria e vicino Centro Reumatologico per una migliore gestione” ;

in data 06/03/2014 il Servizio Sanitario Penitenziario di Catanzaro ha sollecitato nuovamente la Direzione dell’Istituto a chiedere “il trasferimento in Centro Diagnostico Terapeutico (CDT) vicino Centro Reumatologico del detenuto in oggetto, affetto da artrite reumatoide. Si fa presente che in Calabria non esiste Centro Reumatologico di riferimento; inoltre Siano è Carcere umido e particolarmente freddo. Il detenuto presenta grave impotenza funzionale e limitazione della autonomia.” ;

in data 05/04/2014 il Servizio Sanitario Penitenziario di Catanzaro, per l’ennesima volta, ha sollecitato la Direzione dell’Istituto a chiedere “il trasferimento presso Centro Reumatologico poiché il detenuto con diagnosi di sospetta artrite reumatoide all’esordio non trae beneficio dalla terapia in atto da circa 2 mesi. Lamenta persistenza delle artralgie alle mani e caviglia dx, limitazione funzionale delle articolazioni con difficoltà alla deambulazione che viene effettuata con l’aiuto di stampelle.” ;

le summenzionate richieste, allo stato, risultano tutte non essere state evasa dal competente Ufficio Dipartimentale poiché il Ricco si trova ancora detenuto presso la Casa Circondariale di Catanzaro ;

in data 15/04/2014, presso la Casa Circondariale di Catanzaro, il detenuto Alessio Ricco è stato sottoposto ad accertamenti peritali disposti dal Tribunale della Libertà di Catanzaro per verificare la natura e la gravità della malattia di cui il detenuto è portatore, accertare l’adeguatezza della cura della infermità e la compatibilità con il regime carcerario. Il Dottor Giovanni Pepe, Medico Legale, nella sua relazione del 23/04/2014, scrive che “a distanza di circa 6 mesi dall’inizio del trattamento con Methotrexate, la malattia non ha ancora raggiunto la remissione clinica né la condizione di low disease activy (malattia a lenta attività); il Ricco Alessio è da ritenere, pertanto, un non – responder al Methotrexate. Non solo ma, pur nella impossibilità da parte dello scrivente di fornire una compiuta misurazione dell’attività della malattia attraverso i su citati tests clini metrici di pertinenza strettamente specialistica, non appare difficile affermare che non solo non si è raggiunta la remissione clinica ma che addirittura il caso in esame concreta una malattia in fase attiva, come dimostrano i segni e i sintomi di malattia tutt’ora presenti ed altamente invalidanti. Tale condotta terapeutica impone un ravvicinato monitoraggio delle condizioni cliniche secondo il su citato approccio del “tight control e treat to target”, monitoraggio che non è possibile eseguire all’interno di una Casa Circondariale dove rileva la scarsità di servizi sanitari specialistici e di personale specializzato nel trattamento del methotrexate ad elevato dosaggio. Si rende, quindi, necessario il trasferimento del Ricco Alessio in un Centro Reumatologico ad alta specializzazione, sia esso di ordine penitenziario o – in sua assenza – extracarcerario, atteso che l’attività della malattia di cui è portatore è tale da non consentire una adeguata cura in stato di detenzione in carcere. In subordine, ove l’Amministrazione Penitenziaria dello Stato si dimostri non in grado di curare adeguatamente il Ricco Alessio, attraverso l’istituto degli arresti domiliciari presso un idoneo luogo di cura ad alta specializzazione, ritengo che sia opportuno porre il Ricco Alessio nelle condizioni di provvedere alle cure di cui ha bisogno in modo autonomo. Relativamente all’ambiente carcerario in cui il Ricco Alessio è detenuto, certamente non è possibile affermare che esso sia congruo e adeguato a chi soffre di artrite reumatoide: sovraffollamento, stato delle cose degradate, celle piccole e grondanti di umidità, igiene personale con acqua fredda sono tutti fattori che sicuramente non favoriscono la remissione clinica della malattia.” ;

recentemente, il detenuto ha presentato al Provveditorato Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria della Calabria una istanza di trasferimento per gravi motivi familiari con la quale ha chiesto di essere trasferito alla Casa Circondariale di Cosenza o, in subordine, alla Casa Circondariale di Paola, istituti prossimi al luogo di residenza della famiglia soprattutto per non aggravare le già precarie condizioni economiche e per riuscire a mantenere una migliore e costante relazione con i propri familiari e, in particolare, con la figlia in tenera età che non vede da tempo ; tale istanza, allo stato, risulta non essere stata evasa dal competente Provveditorato Regionale ;

a giudizio dell’interrogante l’accoglimento dell’istanza avanzata dal Ricco consentirebbe allo stesso, oltre ad un migliore contatto con i propri congiunti, di essere seguito e monitorato con attenzione poiché nelle immediate adiacenze della Casa Circondariale di Cosenza si trova il Presidio Ospedaliero “Annunziata” dotato di Reparto di Reumatologia; diversamente, nel Comune di Catanzaro ed altri Centri della Calabria, non esisterebbero strutture sanitarie dotate di reparti specializzati per il trattamento di patologie reumatiche ;

la Casa Circondariale di Catanzaro è uno degli istituti penitenziari della Calabria con il più alto tasso di sovraffollamento poiché, a fronte di una capienza regolamentare di 354 posti ospita 474 persone (120 detenuti in esubero) ;

il diritto alla salute, sancito dall’Art. 32 della Costituzione, rappresenta un diritto inviolabile della persona umana, non suscettibile di limitazione alcuna e idoneo a costituire un parametro di legittimità della stessa esecuzione della misura cautelare, che non può in alcuna misura svolgersi secondo modalità idonee a pregiudicare il diritto del detenuto alla salute ed alla salvaguardia della propria incolumità psicofisica ;

la costante giurisprudenza della Corte Suprema di Cassazione ha più volte stabilito che “il diritto alla salute del detenuto va tutelato anche al di sopra delle esigenze di sicurezza sicché, in presenza di gravi patologie, si impone la sottoposizione al regime degli arresti domiciliari o comunque il ricovero in idonee strutture”;

la pacifica giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha più volte stabilito che “l’Articolo 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo impone allo Stato l’obbligo positivo di garantire che ogni prigioniero sia detenuto in condizioni compatibili con il rispetto della dignità umana, che l’attuazione della misura non sottoponga la persona a disagi o prove di un’intensità superiore al livello d’ inevitabile sofferenza insita nella detenzione ed impone che, tenuto conto delle esigenze pratiche della prigionia, la salute e il benessere del prigioniero siano assicurati adeguatamente, specialmente con la somministrazione di cure mediche” ; -:

Per sapere:

le informazioni dei Ministri in indirizzo in merito ai fatti descritti in premessa;

quali siano le patologie di cui è affetto il detenuto Alessio Ricco e se le stesse, a parere dei Ministri interrogati, siano compatibili con lo stato di detenzione nella Casa Circondariale di Catanzaro ove si trova tutt’ora assegnato ;

quale sia stata l’assistenza medico – sanitaria prestata al detenuto e se la stessa sia stata adeguata ;

se esistano dei Centri Diagnostici Terapeutici dell’Amministrazione Penitenziaria in grado di ospitare il detenuto per trattare, nella maniera più appropriata, la malattia di cui è affetto ed in caso affermativo, per quale motivo, ad oggi, nonostante il lasso di tempo trascorso dalle ripetute richieste avanzate dal Servizio Sanitario Penitenziario, non sia stato trasferito presso detto Centro ;

quale sia la determinazione assunta dal competente Ufficio del Provveditorato Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria della Calabria in ordine all’istanza di trasferimento per gravi motivi familiari avanzata dal detenuto Ricco e se non si ritenga di doverla accogliere in considerazione anche dei motivi in premessa evidenziati dall’interrogante;

quali iniziative i Ministri interrogati, ognuno per la parte di propria competenza, intendano adottare per garantire il fondamentale diritto alla salute del detenuto in questione, assicurandogli un trattamento penitenziario che non sia contrario al senso di umanità come previsto dalla Costituzione Repubblicana e dalla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.

Roma lì 07 Maggio 2014

On. Daniele Farina

Giustizia: Misure cautelari personali; illustrato Pdl in Commissione a Montecitorio


Commissione Giustizia Camera DeputatiHa preso il via il 30 aprile in Commissione Giustizia alla Camera dei Deputati l’esame della proposta di legge 631-B che detta disposizioni in materia di misure cautelari personali, visita a persone affette da handicap in situazione di gravità e illeciti disciplinari.

A riferire sui contenuti del provvedimento – già approvato da Montecitorio e modificato dal Senato della Repubblica – la relatrice On. Anna Rossomando (Pd) che ha osservato come i primi due articoli modifichino il codice di procedura penale allo scopo di limitare la discrezionalità del giudice nella valutazione delle esigenze cautelari, attualmente individuate nel pericolo di inquinamento delle prove, nel pericolo di fuga e nel pericolo di reiterazione dei reati.

Il provvedimento interviene poi su altre materie tra cui: scelta delle misure cautelari, con la finalità di escludere sia la custodia in carcere che gli arresti domiciliari quando il giudice ritenga che l’eventuale sentenza di condanna non verrà eseguita in carcere; applicazione della custodia in carcere per alcuni reati di particolare gravità (come ad esempio l’associazione di stampo mafioso, i delitti di associazione sovversiva e di associazione terroristica); revoca degli arresti domiciliari; interdizione dall’esercizio di un pubblico ufficio o servizio.

Il testo integra poi le possibilità di visite dei genitori detenuti al minore infermo, tema che è oggetto della pdl 1438 all’esame della stessa commissione Giustizia. Il seguito dell’esame è stato rinviato a una prossima seduta. In settimana la commissione ha svolto anche l’audizione del ministro della Giustizia Andrea Orlando sulle linee programmatiche del suo dicastero (che proseguirà in data da stabilire) e l’audizione informale dell’Associazione italiana degli avvocati per la famiglia e per i minori, della Lega italiana divorzio breve e dell’Associazione italiana dei magistrati per i minorenni e per la famiglia nell’ambito dell’esame delle pdl in materia di presupposti per la domanda di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio.

Sulmona: detenuto 33enne affetto da malattia incurabile tenta suicido, salvato dagli agenti


Carcere Sulmona DAPUn foglio di carta con poche parole. Dagli slip avrebbe ricavato l’elastico che, annodato alle sbarre della finestra, si è attorcigliato al collo e poi al buio si è seduto sullo sgabello. Così voleva farla finita, nel carcere di Sulmona, G. M. detenuto 33enne salvato in extremis da un agente che fortunatamente stava controllando proprio il braccio di detenzione in cui è sistemato il giovane, gravemente malato, ora piantonato in regime di sorveglianza a vista.

Il penitenziario ovidiano schiva per un soffio la triste fama assegnata in passato alla struttura oggi in sofferenza per superare gravissime difficoltà causate dal sovraffollamento della popolazione carceraria e dalla carenza di organico della Polizia Penitenziaria, da apparecchiature obsolete e impianti fatiscenti.

Grane incredibili che gli agenti a Sulmona cercano di risolvere, attenuare o almeno attutire. Questo è il primo tentativo di suicidio del 2014, l’emorragia sembrava essersi arrestata anche perché, nell’arco di 10 anni, 13 suicidi hanno inciso a fuoco sulla struttura il marchio di carcere dei suicidi. La battuta d’arresto per la macabra conta si ottiene nel 2013, oggi a via Lamaccio nessuno più si è dato la morte. I primi mesi dello scorso anno 4 tentati suicidi e 12 atti di autolesionismo gravi praticamente scomparsi quando, a giugno 2013, sono stati trasferiti al carcere di Vasto tutti gli internati di Sulmona, negli ultimi 10 mesi non sembra si sia verificato alcun episodio grave, eccetto il tentato suicidio dell’altro ieri.

Da indiscrezioni sembra che il detenuto trentatreenne, con una malattia incurabile, avrebbe tentato il suicidio perché non sarebbe stata accolta la sua richiesta di sospensione della pena o di detenzione domiciliare. Curare la malattia del giovane, costretto a letto e ad una degenza definitiva dietro le sbarre, costerebbe allo Stato circa 800 euro al giorno tra cateteri da cambiare e cure sanitarie da garantire per lenire le sue sofferenze.

di Maria Trozzi

http://www.quiquotidiano.it, 4 maggio 2014

Carceri : caso La Penna; si avvicina la sentenza per i 3 Medici accusati di aver cagionato la morte del detenuto


Carcere Regina Coeli RomaÈ giunto alle ultime battute il processo a carico di tre medici del carcere di Regina Coeli, il direttore sanitario Andrea Franceschini e i suoi colleghi Giuseppe Tizzano e Andrea Silvano, accusati di omicidio colposo in relazione alla morte in cella del giovane viterbese Simone La Penna, avvenuta il 26 novembre 2009.

Il 30 aprile scorso, i giudici del tribunale di Roma, davanti ai quali si svolge il dibattimento, hanno ascoltato la deposizione di Mauro Mariani, all’epoca dei fatti direttore del penitenziario, il quale ha spiegato come è organizzata l’assistenza sanitaria nel carcere romano e quali sono e ha illustrato i compiti del direttore sanitario.

Subito dopo il processo è stato aggiornato. La prossima udienza sarà dedicata all’audizione di alcuni testimoni. Dopodiché sarà la volta della requisitoria del pubblico ministero e degli interventi dei difensori dei tre medici e del legali di parte civile.

Secondo il calendario fissato dal collegio, la sentenza di primo grado dovrebbe essere pronunciata prima della sospensione estiva dell’attività giudiziaria o subito dopo la ripresa.

Simone La PennaLa Penna, 32 anni all’epoca dei fatti, stava scontando una pena a 2 anni e 4 mesi di reclusione per spaccio di droga. Mentre era rinchiuso a Regina Coeli si ammalò di anoressia e, in pochi mesi perse ben 34 chili di peso. Secondo la procura della Repubblica di Roma, i medici, non avrebbero somministrato al giovane le cure necessarie, nonostante i loro colleghi in servizio nel carcere di Viterbo, dove era detenuto La Penna prima del trasferimento a Regina Coeli, gli avessero diagnosticato “anoressia e vomito con calo ponderale e episodi di ipokaliemia”.

Le terapie, secondo l’accusa, furono iniziate solo 43 giorni dopo il ricovero nel centro clinico del carcere romano. Un lasso di tempo, ritenuto eccessivo dagli inquirenti, aggravato dalla mancata verifica sulla effettiva somministrazione della terapia psichiatrica. Inoltre, i medici, nonostante il progressivo peggioramento delle condizioni di La Penna, non avrebbero chiesto il suo trasferimento in una struttura sanitaria specializzata nel contrasto dell’anoressia e dei suoi effetti.

http://www.viterbonews24.it, 5 maggio 2014

Carceri piene di uomini, vuote di speranza !


Carcere di PadovaHa usato il cavo della televisione per farla finita con una vita, che doveva sembrargli priva di qualsiasi speranza: il 25 aprile si è ucciso nella Casa di reclusione di Padova un detenuto, Alessandro Braidic. Lo vogliamo ricordare, per continuare anche in nome suo a batterci per condizioni più civili nelle carceri, per le persone detenute, ma anche per chi ci lavora. Perché non possiamo dimenticare che pure tra gli agenti c’è sofferenza per le condizioni di lavoro sempre più frustranti, e che il 29 aprile si è tolto la vita uno di loro, in servizio nella Casa circondariale di Padova.

Il sovraffollamento non è un problema di numeri

Sabato 26 aprile, quando sono entrata nel sito del Mattino di Padova, ho sentito un pugno nello stomaco: “Padova, detenuto si impicca in carcere con il filo elettrico”. Sono andata subito a cercare il nome, io in quel carcere ci entro ogni giorno da diciassette anni, conosco tanti detenuti e ho avuto paura. Ma il nome non c’era, c’era solo un fine pena mostruoso, 2039. Mi sono allora attaccata al telefono per cercare quel nome, e alla fine l’ho saputo: Alessandro Braidic.

Io non lo conoscevo, Alessandro, e quindi un po’ di sollievo l’ho provato, non era uno della mia redazione, ma è stato un sollievo amaro. Perché poi cominci a farti tante domande, a cercare delle ragioni, a pensare se ci sono delle responsabilità, se si poteva evitare. È una domanda anche stupida, per carità, nessuno è in grado di dire se si poteva evitare un suicidio, però una riflessione su quello che sta succedendo nelle carceri io voglio tornare a farla.

Io personalmente sono stanca di difendere queste istituzioni, di essere obiettiva, di richiamare le persone detenute alla loro responsabilità, che certamente hanno, a volte anche pesantissima, sono stanca e avvilita per la grande e diffusa evasione dalla responsabilità che mi vedo intorno. Perché bisogna pur ripeterlo ogni giorno che il problema non è mille detenuti in più o in meno, mezzo metro di spazio in più o in meno, il problema è il vuoto di speranza di tutto il sistema: a partire dalle pene inumane come quel 2039 di Alessandro, uno che comunque era un “predestinato” alla galera già solo per il suo essere un “sinto, giostraio, nomade, rom” (i giornali le hanno usate tutte, queste definizioni, quando hanno parlato di lui). E poi la sua carcerazione, inutile, disperata. Prima a Milano, poi a Padova.

Io non so cosa ci facesse a Padova, lontano dalla sua famiglia, solo, ma alcuni dubbi li ho, alcuni motivi di rabbia anche:

Non vorrei più vedere servizi televisivi sul carcere modello di Bollate o su quello di Padova. Bollate è una specie di santino, Padova un mezzo santino dell’Amministrazione penitenziaria. Prendiamo Padova, che conosco bene, qui sono impegnati a fare qualcosa, con la pasticceria, Ristretti, la scuola, la legatoria forse quattrocento detenuti, ma ce n’è quasi cinquecento che vivono, come altre migliaia in Italia, la stragrande maggioranza, nel vuoto, nell’assenza di futuro, nella fragile speranza di un trasferimento in un altro inferno, solo un po’ migliore. Come Alessandro Braidic, che per farsi mandar via si era isolato da tutti.

Voglio credere alle promesse dell’Amministrazione, che dichiara con una nuova Circolare l’intenzione di umanizzare i trasferimenti e di dare risposte “entro 60 giorni” alle richieste dei detenuti di essere trasferiti. Ma allora perché Alessandro Braidic si era chiuso e isolato proprio per essere trasferito da Padova, dove non aveva nessuno, e andare a Milano, vicino alla famiglia, e aspettava credo da più di un anno una risposta alla sua richiesta di trasferimento?

Vorrei che tutto quello che riguarda le “morti di carcere” fosse oggetto di una informazione chiara, attenta, precisa: perché è importante ricostruire ogni passaggio delle vite e delle morti come quella di Alessandro Braidic, per capire, per cercare le responsabilità, per spezzare la catena di indifferenza che c’è dietro queste storie e fare davvero tutto il possibile per ridare umanità alle galere. E non per paura dell’Europa e delle sue sanzioni, ma per rispetto di noi stessi e delle nostre istituzioni.

Ornella Favero, Redazione di Ristretti Orizzonti

Morti che si tolgono la vita

Sui quotidiani di Padova del 26 aprile leggo “Nel carcere di Padova si è tolto la vita Alessandro Braidic. Condannato al carcere fino al 2039 si impicca in cella con il cavo della TV”. Qui si continua a morire, ma nessuno fa nulla perché la morte dei “cattivi” non interessa quasi a nessuno. Un altro detenuto che se ne va, un altro ancora, che forse amava la vita e per continuare ad amarla è dovuto morire perché in carcere si vive una non vita. Forse là fuori, molti “buoni” del mondo libero non sanno che quando in carcere un compagno si toglie la vita tanti altri detenuti lo invidiano. Cercano di indovinare i suoi ultimi gesti per ricordarsi di quando toccherà a loro. Ed io questa notte ho immaginato i pensieri che forse gireranno nella mia testa quando toccherà a me.

Ho sempre vissuto come ho potuto. E non certo come avrei voluto, ma non ho mai smesso di amare l’umanità anche quando questa mi ha maledetto e condannato a essere cattivo e colpevole per sempre. Mi viene in mente che i filosofi non consideravano la scelta di suicidarsi un crimine o un peccato, ma solo un modo di abbandonare la scena quando la vita diventava inutile. E la mia vita oltre che inutile ora è diventata anche insopportabile. Non temo la morte. È già da tanto tempo che la aspetto. E lei per farmi dispetto e per lasciarmi in prigione tarda a venire. Ora però sarò io ad andare da lei. Ogni ergastolano resiste a stare in carcere fino a un certo numero di anni, che cambia a seconda degli uomini. Poi ad alcuni non rimane altro che impiccarsi alle sbarre della propria cella. Io già ho superato di molti anni questo limite, ma non ho ancora avuto il coraggio di togliermi la vita per l’amore della mia famiglia. A un tratto immagino che non esiste un ergastolano che non abbia mai pensato a togliersi la vita per uscire prima. Per un po’ cammino avanti e indietro per la cella. Mi sdraio sulla branda. Fisso il soffitto macchiato di umidità per una decina di minuti. Mi scrollo gli ultimi dubbi da addosso. Poi non ci penso più di tanto. Mi guardo intorno per la cella come se qualcuno mi potesse vedere e impedirmi di fuggire da dentro l’Assassino dei Sogni, come io chiamo il carcere. Tento un debole sorriso a me stesso. Mi tolgo la malinconia con una scrollata di spalle. E faccio quello che ho pensato sempre di fare. In tutti questi anni ci avevo pensato anche troppo. Provo l’impressione che le pareti della cella si stringano intorno a me. Poi viene il buio. Ed è così denso che sembra che mi sorrida. La libertà e la morte sono così vicine che basta allungare la mano per toccarle. Ed io lo faccio. Prima tocco la morte. Poi abbraccio la libertà. E mi addormentò come fanno solo i morti.

Ciao Alessandro, non ti conosco, non ti ho mai visto, ma ti ammiro per esserti rifiutato di vivere una vita da cani. Spero un giorno di avere anch’io il tuo coraggio. Buona morte.

Carmelo Musumeci

25 aprile 2014 giorno di morte in carcere a Padova

È morto un altro detenuto, Alessandro, un ragazzo che ho conosciuto personalmente, un ragazzo con il quale ho parlato, qualche volta anche scherzato, un ragazzo che non avrei mai immaginato potesse fare una fine del genere: essere trovato pendente da una corda…

Era arrivato dal carcere di Milano, e da subito si è dimostrato aperto al dialogo con gli altri detenuti. Era nella mia stessa sezione fino a qualche mese fa, poi per suoi motivi legati a problemi, io credo psicologici, o psichiatrici non so bene, ha deciso di isolarsi da tutti e ha chiesto il divieto d’incontro con tutto il carcere, perché voleva essere trasferito, ed era stato portato nella sezione isolati.

Nell’ultimo periodo, prima di essere messo in isolamento, si vedeva chiaramente che stava male, il suo carattere era cambiato da un giorno all’altro, parlando con le persone che conosceva esprimeva chiaramente dei comportamenti dettati da un disagio, era diventato una persona del tutto diversa.

Ora mi chiedo: qualcuno si sarà accorto che non stava bene? Sicuramente sì, perché già da quand’era in sezione assieme a me veniva visto dal medico e lui stesso chiedeva di poter essere visitato dallo psichiatra, cosa che poi era successa. Risulta evidente che i medici erano al corrente della sua situazione e del fatto che non era una persona che poteva stare là, dove poi alla fine si è tolto la vita, per triste coincidenza nel giorno della “Liberazione”.

A mio parere non si può tenere un ragazzo per mesi e mesi in una sezione di semi-isolamento. E prima che lo mettessero lì tutti sapevamo bene che lui aveva dei seri problemi psichici e che il carcere di Padova non era il posto adatto a lui. Qui, secondo me, qualcuno dovrebbe chiedersi se davvero è stato fatto tutto il possibile per capire il suo malessere, perché comunque non è giusto che un ragazzo giovane, l’ennesimo ragazzo, perché in carcere sono tanti i ragazzi giovani che si tolgono o cercano di togliersi la vita, faccia una fine del genere. Io credo che sia giusto che qualcuno, nelle carceri italiane, si chieda: ma si poteva evitare? Ma davvero abbiamo fatto tutto il possibile perché nessuno pensi a un gesto così tragico come una forma di liberazione?

Andrea Zambonini e Biagio Campailla

Il Mattino di Padova, 5 maggio 2014

Giustizia: Orlando “condivido parole Napolitano su urgenza riforma” e il 22 va a Strasburgo


 “Condivido le valutazioni del presidente della Repubblica. Credo ci possano essere le condizioni per una riforma della giustizia anche se in Italia non ci vuole molto a riaccendere conflitti che non aiutano ad arrivare a un progetto condiviso. Dunque è d’obbligo la cautela ma è necessario agire”.

Lo ha detto il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, commentando il nuovo richiamo del capo dello Stato, Giorgio Napolitano, alla necessità di intervenire con urgenza per una riforma della giustizia.

Il Guardasigilli ha poi ricordato che “una riforma complessiva della giustizia che affronti i temi ordinamentali e i temi del processo non ha possibilità di riuscita se prima non si affrontano le emergenze” che a giudizio del ministro sono quattro: “L’emergenza delle carceri, la carenza del personale amministrativo negli uffici giudiziari, la mole del contenzioso civile e la necessità di rafforzare strumenti di contrasto alla criminalità organizzata”, punti sui quali “ci sono provvedimenti già pronti o in fase di ultimazione”. Intervenire su queste emergenze è “la condizione per rendere agibile il campo da gioco altrimenti – ha concluso Orlando – anche la migliore delle riforme rischia di essere travolta”.

Il 22 a Strasburgo per fare il punto sulle carceri

“Il 22 maggio sarò di nuovo a Strasburgo, per fare il punto della situazione”. Il ministro della Giustizia, Andrea Orlano, a margine della presentazione della settimana della letteratura in carcere, ha annunciato una nuova visita alla Corte europea dei diritti dell’uomo, in vista della scadenza del termine fissato dall’Europa all’Italia per risolvere l’emergenza del sovraffollamento carcerario.

“Parleremo di cosa è stato fatto, di cosa si sta facendo e di cosa resta da fare – ha detto Orlando. Non azzardo previsioni, ma stiamo stringendo su una serie di fronti”. Tra questi, ha ricordato, “un ulteriore passaggio a livello normativo ci sarà con l’approvazione del decreto sugli stupefacenti e della riforma della custodia cautelare, che ho chiesto avvenga prima di quella data”. Dunque per il ministro “sono stati fatti molti passi avanti, ma non siamo ancora al punto di dire che l’emergenza è risolta”.

E comunque “se anche affrontassimo l’emergenza, bypassando la pronuncia di Strasburgo, resta il tema del modello detentivo. Si tratta – ha concluso Orlando – di ripensare complessivamente il sistema”.

In prossimo Cdm primi interventi sul civile

“Una giustizia che arriva tardi non è giustizia”. Lo dice il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, parlando del tema carceri durante la presentazione della Settimana Nazionale della Letteratura in Carcere dal 12 al 17 maggio 2014. Il guardasigilli torna a sottolineare la “lentezza della giustizia italiana” soprattutto nel campo civile.

E annuncia che “alcuni provvedimenti sulla deflazione ci saranno nel prossimo Consiglio dei ministri” mentre “a giugno” ci sarà un intervento di sistema “più complessivo”. Ma avverte: “Se non si affrontano le emergenze, ossia il tema carceri, l’eccesso di ricorso ai tribunali anche per le questioni meno gravi e il rafforzamento del contrasto alla criminalità organizzata, nessuna riforma avrà una possibilità di riuscita significativa”.

Adnkronos, 6 maggio 2014