Giustizia, dopo 30 anni l’Italia a un passo dall’introduzione nel Codice del reato di tortura


Palazzo Montecitorio RomaLa Commissione Giustizia della Camera ha iniziato ieri l’esame del testo approvato due mesi fa dal Senato. Previsti due nuovi reati, 613 bis e ter.

Adesso, perché le vittime di abusi e di eccessi da parte di chi indossa la divisa, smettano di morire ogni volta di più sull’onda delle inutili polemiche, è il momento di passare ai fatti. A quei “provvedimenti” che Patrizia Moretti, la mamma di Federico Aldrovandi ha chiesto di nuovo l’altro giorno dopo gli applausi dell’assemblea Sap (sindacato autonomo di polizia) ai quattro poliziotti ancora in divisa nonostante i 3 anni e sei mesi di condanna per la morte del figlio.

“Io ora voglio sparire, adesso non è più il mio problema ma di un paese intero” ha detto chiamata in fretta e furia, in una sorte di cerimonia delle scuse collettive, dalle massime autorità dello Stato, del governo e della polizia. Se tutti coloro che hanno aperto bocca in questi giorni – e parliamo della politica incapace da anni di prendere decisioni invocate e attese – volessero dare subito seguito alle loro parole, il caso offre un’occasione speciale.

Da oggi, infatti, la Camera ha l’opportunità di dare in pochi giorni al paese la legge che introduce il reato di tortura. Non è la migliore ma è pur sempre qualcosa. Il testo, atteso da 30 anni, licenziato due mesi fa dal Senato, approda martedì in Commissione Giustizia della Camera presieduta da Donatella Ferranti (Pd). Introduce due nuovi reati.

Il 613-bis disciplina il delitto di tortura. Il 613-ter incrimina la condotta del pubblico ufficiale che istiga altri alla commissione del fatto. La scelta è stata quella di optare per un reato comune anziché per un reato specifico riguardante esclusivamente i funzionari pubblici (uomini in divisa, quindi custodi della legalità in nome dello Stato).

Costituisce circostanza aggravante il fatto che il reato sia stato commesso da un pubblico ufficiale. Il disegno di legge che potrebbe diventare legge in un paio di settimane, conta cinque articoli attesi dal 1984 quando le Nazioni Unite (10 dicembre) adottarono la Convenzione contro la tortura. In quella Convenzione tutti i paesi membri concordarono di comprendere nel proprio ordinamento il reato di tortura “da punire con pene adeguate e con indagini rapide ed imparziali su ogni singolo caso, senza alcuna eccezione accettata”.

Hanno fatto molto prima e meglio di noi paesi come Austria, Belgio, Danimarca, Estonia, Francia, Germania, Islanda, Lettonia, Lussemburgo, Macedonia, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Regno Unito, Slovenia, Slovacchia, Spagna, Svezia, Svizzera, Turchia, Ungheria, Città del Vaticano. Se finora abbiamo latitato è stato perché, secondo il legislatore, le condotte richiamate nella Convenzione del 1984 sono riconducibili a fattispecie penali già previste nel nostro codice come omicidio, lesioni, percosse, violenza privata, minacce.

Il disastro del G8 di Genova ho spazzato via ogni alibi: l’assenza del reato di tortura, come hanno riconosciuto i magistrati in sentenza, ha favorito molte prescrizioni e impedito punizioni serie. Stavolta, forse, ci siamo. E la coincidenza vuole che questo avvenga mentre le cronache sono piene dell’eco del caso Aldrovandi e Magherini.

Il senatore Luigi Manconi, da anni in prima linea su questo fronte, è il papà della legge. Anche lui l’avrebbe voluta diversa. “Bene l’introduzione del reato di tortura nel nostro ordinamento, ma si poteva fare di più” ha ripetuto in questi giorni. Secondo Manconi, infatti, l’impianto complessivo del disegno di legge risulta “depotenziato” dalla formulazione che prevede la reiterazione degli atti di violenza perché ci sia la fattispecie della tortura.

Depotenziato anche dal fatto che nel provvedimento la tortura non è qualificata come reato proprio ma comune, “quindi imputabile a qualunque cittadino e non solo ai titolari di funzione pubblica come avviene invece in molti altri paesi occidentali”.

Gli stessi sindacati di polizia sono cauti. E perplessi. “Il reato di tortura è un obbligo di civiltà a cui non possiamo più sottrarci” avverte Daniele Tissone della Silp-Cgil “ma a cui si deve dare attuazione con attenzione ed evitando ogni tipo di strumentalizzazione”. Il timore è che sull’onda dell’emozione di questi giorni possano passare elementi di ambiguità.

Che non risolvono i problemi veri e ogni giorno sotto gli occhi di tutti: forze dell’ordine costrette a lavorare, in ordine pubblico ma anche solo in servizio, senza le dovute tutele e la necessaria professionalità. Il Siulp non ci sta a barattare le difficoltà degli operatori della sicurezza che vivono due volte la crisi, sulla loro pelle per i tagli e in strada a fronteggiare la rabbia sociale, con quelle che sono richieste precise (più formazione e telecamere sui caschi degli agenti per avere una rappresentazione totale di quello che avviene).

Il Silp, da parte sua, denuncia come da “15 anni l’arruolamento in polizia avvenga non più tramite concorso diretto ma attraverso il reclutamento dei volontari delle ferma breve nell’esercito”. Una non-selezione che condiziona la formazione degli agenti. E ha retrocesso al 12 per cento la presenza delle donne in polizia. Il Coisp, sigla sindacale legata alla destra, ha addirittura messo in guardia il capo della Polizia Alessandro Pansa da “pericolose interpretazioni estensive”.

Boldrini sul caso Aldrovandi: Pansa tolga il segreto dalle sanzioni interne

“In linea con il mio impegno per la trasparenza e con quanto si sta facendo in questo senso alla Camera dei deputati, ho accolto l’appello del presidente della commissione Diritti umani del Senato, Luigi Manconi, a sollecitare il capo della Polizia affinché valuti la possibilità di togliere il segreto ai procedimenti disciplinari interni”.

Lo ha annunciato la presidente della Camera, Laura Boldrini a proposito dell’incontro con Patrizia Moretti, mamma di Federico Aldrovandi. La presidente Boldrini esprime “indignazione per gli applausi riservati ai poliziotti condannati per la morte del ragazzo durante il congresso del sindacato autonomo Sap” e considera che “il gesto provocatorio non solo fa male a chi crede nella giustizia, ma danneggia soprattutto i tanti agenti che fanno il proprio dovere rispettando le regole”. “Io quei quattro non li perdonerò mai – ha detto Patrizia Moretti alla Nuova Ferrara a proposito dei quattro poliziotti condannati. Non ci può essere perdono senza pentimento. Gli eventi recenti vanno nella direzione opposta. Con quell’applauso sono stati elevati a simboli, a modelli. Questo allontana moltissimo qualsiasi possibilità”.

“L’unico modo per me per passare oltre è che raccontino tutta la verità, ogni dettaglio, ogni minuto. Con quel comportamento quei poliziotti è come se si fossero nuovamente sporcati le mani di sangue”. “Lo Stato – ha aggiunto – si è reso finalmente conto di quale è il problema che ha ucciso Federico in modo corale e ai massimi vertici”.

di Claudia Fusani

L’Unità, 6 maggio 2014

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