Giustizia, dopo 30 anni l’Italia a un passo dall’introduzione nel Codice del reato di tortura


Palazzo Montecitorio RomaLa Commissione Giustizia della Camera ha iniziato ieri l’esame del testo approvato due mesi fa dal Senato. Previsti due nuovi reati, 613 bis e ter.

Adesso, perché le vittime di abusi e di eccessi da parte di chi indossa la divisa, smettano di morire ogni volta di più sull’onda delle inutili polemiche, è il momento di passare ai fatti. A quei “provvedimenti” che Patrizia Moretti, la mamma di Federico Aldrovandi ha chiesto di nuovo l’altro giorno dopo gli applausi dell’assemblea Sap (sindacato autonomo di polizia) ai quattro poliziotti ancora in divisa nonostante i 3 anni e sei mesi di condanna per la morte del figlio.

“Io ora voglio sparire, adesso non è più il mio problema ma di un paese intero” ha detto chiamata in fretta e furia, in una sorte di cerimonia delle scuse collettive, dalle massime autorità dello Stato, del governo e della polizia. Se tutti coloro che hanno aperto bocca in questi giorni – e parliamo della politica incapace da anni di prendere decisioni invocate e attese – volessero dare subito seguito alle loro parole, il caso offre un’occasione speciale.

Da oggi, infatti, la Camera ha l’opportunità di dare in pochi giorni al paese la legge che introduce il reato di tortura. Non è la migliore ma è pur sempre qualcosa. Il testo, atteso da 30 anni, licenziato due mesi fa dal Senato, approda martedì in Commissione Giustizia della Camera presieduta da Donatella Ferranti (Pd). Introduce due nuovi reati.

Il 613-bis disciplina il delitto di tortura. Il 613-ter incrimina la condotta del pubblico ufficiale che istiga altri alla commissione del fatto. La scelta è stata quella di optare per un reato comune anziché per un reato specifico riguardante esclusivamente i funzionari pubblici (uomini in divisa, quindi custodi della legalità in nome dello Stato).

Costituisce circostanza aggravante il fatto che il reato sia stato commesso da un pubblico ufficiale. Il disegno di legge che potrebbe diventare legge in un paio di settimane, conta cinque articoli attesi dal 1984 quando le Nazioni Unite (10 dicembre) adottarono la Convenzione contro la tortura. In quella Convenzione tutti i paesi membri concordarono di comprendere nel proprio ordinamento il reato di tortura “da punire con pene adeguate e con indagini rapide ed imparziali su ogni singolo caso, senza alcuna eccezione accettata”.

Hanno fatto molto prima e meglio di noi paesi come Austria, Belgio, Danimarca, Estonia, Francia, Germania, Islanda, Lettonia, Lussemburgo, Macedonia, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Regno Unito, Slovenia, Slovacchia, Spagna, Svezia, Svizzera, Turchia, Ungheria, Città del Vaticano. Se finora abbiamo latitato è stato perché, secondo il legislatore, le condotte richiamate nella Convenzione del 1984 sono riconducibili a fattispecie penali già previste nel nostro codice come omicidio, lesioni, percosse, violenza privata, minacce.

Il disastro del G8 di Genova ho spazzato via ogni alibi: l’assenza del reato di tortura, come hanno riconosciuto i magistrati in sentenza, ha favorito molte prescrizioni e impedito punizioni serie. Stavolta, forse, ci siamo. E la coincidenza vuole che questo avvenga mentre le cronache sono piene dell’eco del caso Aldrovandi e Magherini.

Il senatore Luigi Manconi, da anni in prima linea su questo fronte, è il papà della legge. Anche lui l’avrebbe voluta diversa. “Bene l’introduzione del reato di tortura nel nostro ordinamento, ma si poteva fare di più” ha ripetuto in questi giorni. Secondo Manconi, infatti, l’impianto complessivo del disegno di legge risulta “depotenziato” dalla formulazione che prevede la reiterazione degli atti di violenza perché ci sia la fattispecie della tortura.

Depotenziato anche dal fatto che nel provvedimento la tortura non è qualificata come reato proprio ma comune, “quindi imputabile a qualunque cittadino e non solo ai titolari di funzione pubblica come avviene invece in molti altri paesi occidentali”.

Gli stessi sindacati di polizia sono cauti. E perplessi. “Il reato di tortura è un obbligo di civiltà a cui non possiamo più sottrarci” avverte Daniele Tissone della Silp-Cgil “ma a cui si deve dare attuazione con attenzione ed evitando ogni tipo di strumentalizzazione”. Il timore è che sull’onda dell’emozione di questi giorni possano passare elementi di ambiguità.

Che non risolvono i problemi veri e ogni giorno sotto gli occhi di tutti: forze dell’ordine costrette a lavorare, in ordine pubblico ma anche solo in servizio, senza le dovute tutele e la necessaria professionalità. Il Siulp non ci sta a barattare le difficoltà degli operatori della sicurezza che vivono due volte la crisi, sulla loro pelle per i tagli e in strada a fronteggiare la rabbia sociale, con quelle che sono richieste precise (più formazione e telecamere sui caschi degli agenti per avere una rappresentazione totale di quello che avviene).

Il Silp, da parte sua, denuncia come da “15 anni l’arruolamento in polizia avvenga non più tramite concorso diretto ma attraverso il reclutamento dei volontari delle ferma breve nell’esercito”. Una non-selezione che condiziona la formazione degli agenti. E ha retrocesso al 12 per cento la presenza delle donne in polizia. Il Coisp, sigla sindacale legata alla destra, ha addirittura messo in guardia il capo della Polizia Alessandro Pansa da “pericolose interpretazioni estensive”.

Boldrini sul caso Aldrovandi: Pansa tolga il segreto dalle sanzioni interne

“In linea con il mio impegno per la trasparenza e con quanto si sta facendo in questo senso alla Camera dei deputati, ho accolto l’appello del presidente della commissione Diritti umani del Senato, Luigi Manconi, a sollecitare il capo della Polizia affinché valuti la possibilità di togliere il segreto ai procedimenti disciplinari interni”.

Lo ha annunciato la presidente della Camera, Laura Boldrini a proposito dell’incontro con Patrizia Moretti, mamma di Federico Aldrovandi. La presidente Boldrini esprime “indignazione per gli applausi riservati ai poliziotti condannati per la morte del ragazzo durante il congresso del sindacato autonomo Sap” e considera che “il gesto provocatorio non solo fa male a chi crede nella giustizia, ma danneggia soprattutto i tanti agenti che fanno il proprio dovere rispettando le regole”. “Io quei quattro non li perdonerò mai – ha detto Patrizia Moretti alla Nuova Ferrara a proposito dei quattro poliziotti condannati. Non ci può essere perdono senza pentimento. Gli eventi recenti vanno nella direzione opposta. Con quell’applauso sono stati elevati a simboli, a modelli. Questo allontana moltissimo qualsiasi possibilità”.

“L’unico modo per me per passare oltre è che raccontino tutta la verità, ogni dettaglio, ogni minuto. Con quel comportamento quei poliziotti è come se si fossero nuovamente sporcati le mani di sangue”. “Lo Stato – ha aggiunto – si è reso finalmente conto di quale è il problema che ha ucciso Federico in modo corale e ai massimi vertici”.

di Claudia Fusani

L’Unità, 6 maggio 2014

Opg, iniziato in Commissioni Camera iter conversione in legge Decreto chiusura


ospedale-psichiatricoLe commissioni Giustizia e Affari sociali della Camera dei Deputati hanno iniziato ieri la discussione generale sulla conversione in legge del decreto legge relativo al superamento degli Ospedali psichiatrici giudiziari, già votato con modificazioni dal Senato.

“Chiudere gli Opg, traguardo che purtroppo potremo raggiungere solo nel 2015, non significa soltanto aprire le Rems, le strutture regionali di custodia e cura dei detenuti, mentalmente infermi e pericolosi socialmente, significa anche attrezzare meglio Asl e Dsm perché si moltiplichino gli interventi diversi dalla custodia nelle Rems.

È quanto afferma in una nota il relatore di maggioranza, Davide Mattiello (Pd), che spiega: “La logica è quella di spingere più avanti il punto di equilibrio tra controllo e cura, perché anche questi soggetti abbiamo la speranza di poter avere un futuro libero e dignitoso. In ogni caso la durata della misura di sicurezza non potrà essere più lunga della durata massima prevista per il reato commesso. Il riscatto della persona – conclude – è l’unico orizzonte indicato dalla Costituzione repubblicana”.

Giustizia: abuso delle intercettazioni… quando la difesa della legalità diventa illegale


Valerio SpigarelliPer fare i conti con il tasso di garantismo che sta, timidamente, tentando di risalire nelle quotazioni interne alla sinistra italiana, è bene evitare i discorsi sui massimi sistemi poiché si rischia, proprio sulle idee portanti, di ammazzare il neonato in culla. Meglio esaminare questioni più circoscritte, come le intercettazioni telefoniche, ad esempio.

Non più tardi di qualche anno fa, orgogliosamente, molti giovani di sinistra manifestavano inalberando cartelli con su scritto “intercettateci tutti”. Monito ultra legalitario di chi, ritenendo di non aver nulla da nascondere, è disposto a rinunciare ad un pezzo significativo della propria libertà pur di sconfiggere il crimine; allo stesso tempo chiaro esempio di deriva verso un populismo giudiziario di stampo autoritario. Provocatorio quanto si vuole, questo slogan intanto tradisce una evidente confusione della scala dei valori costituzionali di riferimento, che non subordina affatto la rinuncia alla intangibilità delle conversazioni dei cittadini alle sole esigenze di tutela della legalità ma rimanda alla legge ordinaria i casi e le modalità, in cui questo può avvenire; il tutto mettendo sull’altro piatto della bilancia, con pari

dignità, la tutela della libertà di comunicazione. Per questo, in una mirabile sentenza della metà degli anni settanta, la Corte costituzionale sottolineò che tale strumento di ricerca della prova, oggettivamente in conflitto con il chiaro disposto dell’articolo 15 della Carta, doveva essere riservato a reati pre-individuati e comunque utilizzato solo nei casi in cui ciò appariva assolutamente indispensabile.

A sottolineare la straordinarietà e la delicatezza delle intercettazioni, la Corte aggiunse che dovevano essere impiegate sotto il controllo giurisdizionale, per limitati periodi tempo, per ipotesi di reato già raggiunte da gravi indizi, e che tanto i decreti impositivi che quelli di proroga dovevano essere specificamente motivati caso per caso. Insomma, per sintetizzare, non tutto e non sempre si può intercettare, il controllo giurisdizionale è fondamentale e la “pesca a strascico”, benché utile nella lotta al crimine, è fuori del sistema.

Questi insegnamenti, pur recepiti nel codice di procedura penale, sono stati negletti dalla giurisprudenza, che da decenni legittima prassi assai generose proprio su questi punti. Tutto ciò, accanto ad una facile “spendibilità” mediatica dei risultati la quale (in barba alla legge che vieta la pubblicazioni di tali atti nel corso delle indagini preliminari) raggiunge vette sconosciute negli altri paesi democratici, hanno reso le intercettazioni oltre che strumento d’elezione nelle investigazioni anche un’arma politica formidabile. Perciò, mentre le procure ne hanno costantemente ribadito l’indispensabilità nella battaglia per la legalità, la sinistra ha sempre contrastato interventi diretti a ridimensionarle visti come cedimenti al malaffare. Ad illustrare la fortuna anche “politica” delle intercettazioni, basti pensare che le ultime leggi penali che sono entrate in vigore hanno visto alzarsi od abbassarsi il loro limite massimo edittale non in base alla gravità della condotta, come sarebbe logico, ma solo in ragione della applicabilità o meno di tale strumento.

Capovolgendo la grammatica costituzionale non è più la gravità del reato a segnare l’utilizzabilità delle intercettazioni, ma anzi essa viene determinata al solo fine di permetterne l’impiego delle captazioni. Negli ultimi tempi, poi, si è assistito ad ulteriori stravolgimenti: quello dell’utilizzo delle intercettazioni al fine del controllo etico sulla classe dirigente e la messa in discussione delle aree di intangibilità per alcuni soggetti. La vicenda del così detto “processo trattativa”, ed il conflitto tra la procura di Palermo e la presidenza della Repubblica, testimoniano entrambi gli aspetti.

Oggi, in vasti strati dell’opinione pubblica, è dato per scontato che avere contezza dei privati comportamenti è un diritto quando riguarda persone che hanno un qualche ruolo pubblico, e che eventuali aree di inviolabilità, come per il Presidente della Repubblica, devono essere abbattute. A nulla vale opporre che questo è uno strumento di indagine penale che per sua natura non attiene alla dimensione morale. In questi giorni altri due fatti di cronaca ed una prassi giudiziaria assolutamente prevalente, ripropongono il problema intercettazioni.

Accade che a Roma, nell’indagare su fatti che coinvolgerebbero un ristoratore, vengano autorizzate intercettazioni e video registrazioni ambientali nel suo locale, che è ovviamente frequentato da molte clienti. Per mesi la procura, su autorizzazione del Gip, registra, salvo poi accorgersi che in questa maniera centinaia di conversazioni dì cittadini del tutto estranei alle indagini sono state ascoltate e captate. Secondo Panorama, il procuratore di Roma, ad un certo punto, fornisce precise indicazioni agli operanti circa il fatto di non procedere alla registrazione, anzi di sospendere le operazioni, per i colloqui non inerenti.

Ora, indipendentemente, dal rispetto delle norme del codice, il quesito è il seguente: un sistema processuale e giudiziario che permette un fatto simile pone un problema di tutela delle conversazioni? Mettere, per mesi, sotto controllo audiovisivo un locale pubblico non postulava l’ineluttabile coinvolgimento di estranei? La tardiva “scoperta” della fatale violazione ingiustificata della riservatezza delle conversazioni di centinaia di persone è un fatto grave o no? La sinistra che ne pensa?

Altro esempio. Sono state date alle stampe, dopo il deposito avanti al Tribunale del Riesame da parte dei pm di Napoli, i dialoghi di carattere evidentemente politico che avrebbe intrattenuto l’ex sottosegretario Nicola Cosentino con altri esponenti del suo partito. Gli stralci pubblicati in questi giorni dalla stampa dimostrano che si tratta di conversari di carattere politico.

Il fatto, sembrerebbe, è che proprio su tali conversazioni e sul loro carattere si appunta l’interesse degli inquirenti. Anche qui, al di là della legittimità del deposito in sede giudiziaria, un interrogativo è lecito: un sistema processuale e giudiziario che permette l’impiego processuale, e la pubblicazione, di conversazioni di tal genere, il cui primo sicuro effetto è quello di danneggiare le persone che avevano intrattenuto rapporti politici con un indagato, garantisce ancora la reciproca indipendenza tra Poteri dello Stato?

L’ultimo esempio non riguarda un singolo fatto, bensì una prassi inveterata: quella di ascoltare le conversazioni che gli avvocati-intrattengono sull’utenza, eventualmente intercettata, di un loro cliente. Secondo la giurisprudenza l’ascolto di suo non è illegittimo, illegittimo è l’eventuale utilizzo processuale di quel materiale. Anzi, secondo alcune sentenze, è proprio dall’ascolto che si può distinguere se la conversazione ha ad oggetto il mandato difensivo od altro, e dunque non è affatto scontato che l’agente, anche se comprende subito che chi parla è l’avvocato con il cliente, debba interrompere le operazioni.

Il risultato è che nel nostro Paese neanche gli avvocati sono certi della riservatezza delle comunicazioni con i loro clienti. In parlamento giace da tempo una proposta di modifica del codice di procedura penale che sarebbe in grado di arginare questo fenomeno, la sinistra la sottoscrive? In conclusione, una nuova stagione garantista, a sinistra, dovrebbe rispondere alla domanda semplice, ed in fondo banale, se questa ancora è una democrazia normale o giudiziaria, e poi operare per ripristinare la legalità costituzionale. Magari rammentando che Orwell era di sinistra.

di Valerio Spigarelli (Presidente dell’Unione Camere Penali)

Gli Altri, 6 maggio 2014

La vergogna delle nostre Carceri, una situazione non più tollerabile


Cella Carcere ItaliaLa dignità di una nazione si evidenzia sia nei suoi metodi di contrasto della criminalità, ma soprattutto nel modo in cui affronta la riabilitazione di chi ha commesso un reato. Il sovraffollamento delle carceri impone da tempo di approvare norme in tal senso che permettono di dare una efficace risposta a quelle situazioni non più tollerabili non solo da parte di chi é costretto a vivere nelle nostre carceri, di chi sconta una pena.

Il diritto ad una dignità dei detenuti è dovuto unitamente ad un diritto alla vivibilità degli stessi in una struttura carceraria, tali diritti sono al pari di quei doveri del detenuto ovvero scontare la pena. Ma non devono essere tali diritti che impongono soluzioni ipso facto ad un grave problema di antica data, lo è anche unitamente la nostra coscienza e la nostra civiltà.

L’emergenza carceraria si è fatta persino più incombente in ragione della reiterata condanna ai danni del nostro Paese da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, ma di certo non deve essere questa la motivazione per la quale si deve intervenire per l’alleggerimento del sistema penitenziario nostrano.

Intervenire per evitare una condanna, perché ce lo chiede con insistenza l’Eurozona è vergognoso, si deve intervenire in primis per civiltà, per umanità verso chi sta ripagando un delitto con la pena ovvero la reclusione, questo è doveroso. Non può esserci credibilità nella stessa riabilitazione carceraria del detenuto ovvero la pena se le condizioni di detenzione di tale riabilitazione non sono dignitose.

Dispositivi di decarcerizzazione con riguardo esclusivo a quei soggetti considerati di non elevata pericolosità sono già in atto ma non bastano. La diminuzione dei flussi in entrata con pene alternative alla carcerazione unitamente all’aumento dei flussi in uscita per periodi di bonus legati alla carcerazione e per buona condotta é una soluzione per diminuire di parecchie migliaia i detenuti nelle nostre carceri ma non basta.

La credibilità, l’affidabilità di una Nazione non è solo quello spread e quel rating di letterine delle agenzie, essa è costituita anche dal suo sistema carcerario ed ancor prima dal sistema legislativo normativo di quelle pene che devono essere a riscatto di un delitto. La nostra immagine agli occhi di quell’Eurozona che tanto ci osserva ed alla quale risulta doveroso equipararci con quelle regole comuni di Euro civiltà impone oggi una scelta dovuta ma non perchè lo impone la legge, non per le sanzioni della Corte Europea, ma per rendere onore alla nostra Nazione, a noi stessi.

di Antonello Laiso

http://www.lopinionista.it, 6 maggio 2014

 

Giustizia: il Presidente Napolitano insiste sulla riforma e chiede “più serenità e sobrietà…”


Giorgio Napolitano, Presidente della RepubblicaLa riforma della giustizia è “invocata da troppo tempo”, ed è un “rinnovamento che tarda ad arrivare”. Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha ricevuto ieri mattina i 326 magistrati alla fine del proprio tirocinio ed è tornato a chiedere con forza una riforma in grado di restituire “rapidità ed efficienza” all’universo giudiziario italiano.

Di più il Capo dello Stato si è rivolto alle giovani toghe chiamandole a comportamenti più consoni rispetto all’esempio dato dai “veterani” negli ultimi anni. “Il magistrato – ha detto Napolitano – deve avere serenità e sobrietà di comportamenti professionali e anche privati”. Ancora, “deve evitare i protagonismi personali, la trascuratezza nel redigere e nel consegnare i provvedimenti, perché queste sono cose che incidono sull’immagine di terzietà del magistrato provocando sfiducia nella società e censure in sede europea”.

L’inquilino del Colle ha poi citato nel suo discorso le contraddizioni e le incertezze, le opposte pregiudiziali in diversi campi della vita istituzionale, che hanno impedito il rinnovamento e che io stesso ho sperimentato”. È stata questa l’occasione anche per levarsi qualche sassolino dalle scarpe: “Anche nell’anno trascorso – ha detto il Presidente – che definirei di forzoso prolungamento della mia funzione di presidente, ho tenuto ferma, per quanto fossero aggressivamente faziose le reazioni, una linea di condotta ancorata al principio della divisione dei poteri”.

Al discorso del Capo dello Stato hanno assistito, oltre ai 326 tirocinanti, il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, il vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura Michele Vietti, il primo presidente della Corte di Cassazione Giorgio Santacroce. È stato proprio il ministro Orlando a raccogliere l’assist offertogli dal Capo dello Stato per ribadire la necessità di una riforma della Giustizia che, peraltro, il presidente del Consiglio Matteo Renzi intende mettere in cantiere per il prossimo giugno. “Condivido la valutazione del presidente Napolitano – ha commentato il Guardasigilli – e credo possano esserci le condizioni per la riforma”. “Una riforma che affronti il tema dell’ordinamento e del processo e che metta mano al codice – ha continuato Orlando – non ha però possibile riuscita se prima non si affrontano le emergenze, che sono le carceri, la carenza di personale amministrativo, l’eccesso di domanda di giustizia soprattutto nel civile e il contrasto alla criminalità organizzata”.

“Abbiamo provvedimenti pronti o in fase di ultimazione – la garanzia del ministro – che sono le condizioni per rendere agibile il campo di gioco. Anche la migliore riforma rischia infatti di essere travolta dall’esplosione di queste emergenze”. Il tema principale da affrontare, ha chiarito Orlando, è “la riduzione dei tempi”. “Il nostro sistema giudiziario mostra inadeguatezza nei tempi – ha aggiunto – la giustizia che non arriva non è giustizia”. Arriveranno in Cdm nelle prossime settimane alcuni provvedimenti “per deflazionare” la giustizia civile. “In giugno ci sarà una riforma più complessiva”.

Da Vietti, infine, è arrivato un ulteriore appello alla “sobrietà” dei magistrati: “Indipendenza, imparzialità ed equilibrio nell’amministrare giustizia – ha spiegato il vicepresidente del Csm – sono più che mai indispensabili in un contesto di persistenti tensioni e difficili equilibri sul piano sia politico sia istituzionale”.

di Gianni Di Capua

Il Tempo, 6 maggio 2014

Giustizia: Carceri, Rita Bernardini (Radicali) scrive al Presidente Giorgio Napolitano


Rita Bernardini, Segretaria Nazionale RadicaliRita Bernardini scrive a Giorgio Napolitano per ringraziarlo e informarlo sui dati ufficiali in circolazione su carceri e giustizia.

Egregio Presidente, non finirò mai di ringraziarLa per quanto sta facendo a favore del ripristino dello Stato di Diritto nel nostro Paese. Può contare poco, ma come Segretaria di Radicali italiani, mi sento pienamente rappresentata dal modo in cui Lei esercita il mandato di supremo magistrato del rispetto dei principi fondamentali della nostra Costituzione e di quanto in essa è stato recepito dalle giurisdizioni superiori, in primo luogo quelle europee.

Ieri quando ho letto la Sua bellissima dichiarazione sull’Ansa a proposito dell’iniziativa di Marco Pannella, mi sono dovuta subito rammaricare per la nota aggiuntiva dell’agenzia sui dati riguardanti le carceri e intitolata “12 mila detenuti in più rispetto ai posti”. In questo take continuava ad essere fornito il dato totalmente falso di una capienza regolamentare di 48.309 posti.

Nel condurre il mio recente sciopero della fame (Satyagraha) durato 46 giorni, ho contestato al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria la correttezza dei dati diffusi riguardo alla capienza effettiva dei posti disponibili per i detenuti e chiesto ufficialmente al Ministro della Giustizia i dati veritieri sia dell’effettiva ricettività “legale” degli Istituti Penitenziari, sia della composizione dell’immensa mole dei procedimenti penali pendenti che affolla le scrivanie dei magistrati oberate da oltre 5.300.000 procedimenti penali pendenti che rendono la Giustizia italiana illegale sotto il profilo dell’irragionevole durata (violazione sistematica da trent’anni dell’art. 6 della Cedu e art. 111 della Costituzione italiana).

Alla prima delle richieste, il Dap mi rispondeva con una nota riportata dall’agenzia di stampa Adnkronos del 2 aprile scorso nella quale, dopo aver premesso di ritenere diffamatorie le mie contestazioni sui dati, ammetteva letteralmente: “La vastità del patrimonio edilizio penitenziario determina fisiologicamente un certo numero di posti indisponibili per ragioni di inagibilità e per esigenze di ristrutturazione ordinaria e straordinaria, pertanto alla data odierna il numero esatto dei posti detentivi effettivi disponibili è di 43.547, pari al 90,14% della capienza regolamentare”.

Ottenuto questo piccolo successo di “verità”, ho ritenuto di dover confutare anche la cifra finalmente resa nota dei 43.547 posti. Sono infatti da prendere in considerazione alcune realtà penitenziarie che hanno più posti detentivi rispetto all’effettiva presenza di detenuti. Si consideri, per esempio l’isola della Sardegna, dove a fronte di 1.800 posti regolamentari, abbiamo non più di 1.100 reclusi: a meno di pensare ad una deportazione di massa nell’isola, continueranno ad esserci 700 posti inutilizzati che però il Dap fa rientrare nella capienza regolamentare complessiva. Lo stesso vale per gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari in via di dismissione, seppure rallentata da una recente imbarazzante proroga: anche nel caso degli Opg, abbiamo altri 400 posti in più inutilizzabili che il Dap fa rientrare nella capienza regolamentare generale. Non credo di sbagliare, Signor Presidente, se affermo che occorra sottrarre altri 2.739 posti che fanno arrivare il totale dei posti “legali” a 40.808… per oltre 60.000 detenuti. A questo proposito, mi permetto di inviarLe una nota che ho voluto intitolare “I polli di Trilussa”.

Inoltre, trovo irrispettoso nei confronti dell’intelligenza dei cittadini che il Dap, nel fornire ufficialmente sul sito del Ministero della Giustizia la irrealistica cifra dei 48.309 posti, se la cavi aggiungendo un asterisco che recita “*Il dato sulla capienza non tiene conto di eventuali situazioni transitorie che comportano scostamenti temporanei dal valore indicato.”

Ma non è solo un problema di metri quadrati e non mi soffermo su questo perché, con il Suo messaggio alle Camere, Lei ha dato una lezione di educazione civica a tutti, me compresa.

Per mettere in pratica il macabro “gioco dei tre metri”, l’Amministrazione penitenziaria sta effettuando in questi giorni massicci spostamenti di detenuti trasferendoli lontani dalle famiglie (600 trasferiti da Poggioreale non si sa dove) mentre si sa che i reclusi preferiscono subire i trattamenti illegali pur di poter avere colloqui con i propri congiunti: figli, mogli, genitori… e, d’altra parte, la vicinanza ai propri familiari è regola di legge stabilita dell’Ordinamento Penitenziario.

Cedu GiudiciVengo ora all’altro problema che è in totale violazione dell’art. 3 della Cedu: il problema sanitario. È recentissima la notizia di un altro detenuto morto nel carcere di Giarre per mancanza di cure. La notizia è di qualche giorno successiva a quella dell’ennesima sentenza di condanna da parte della Corte Edu che ha chiesto all’Italia di risarcire con 25.000 euro un detenuto che non era stato curato. Il Ministero della Giustizia ha prontamente risposto che il caso si riferiva a 5 anni fa e che oggi la situazione è nettamente migliorata. A questo proposito, Signor Presidente, più delle mie parole (anche se personalmente sono in contatto quotidiano con una moltitudine di familiari di detenuti disperati per le drammatiche condizioni di salute dei loro congiunti), vale il rapporto della Società italiana di medicina penitenziaria (Simpse) secondo il quale “in cella contraggono malattie il 60-80% dei detenuti”.

Il Rapporto in sintesi afferma: “A trasformare le prigioni in veri e propri lazzaretti sono la presenza di soggetti a rischio, come i tossicodipendenti, che sono il 32% del totale, ma anche il sovraffollamento, che favorisce i contagi e l’assenza di controlli sistematici, per cui anche le dimensioni esatte del fenomeno non sono conosciuti. “Questi numeri derivano da nostre stime – spiega il presidente della Simpse Sergio Babudieri – non esiste infatti un Osservatorio Epidemiologico Nazionale, che noi chiediamo e solo due Regioni hanno attivato quello regionale. Il risultato è che probabilmente i dati sono sottostimati, anche perché molti dei detenuti non sanno di avere una malattia o non vogliono saperlo per non apparire indeboliti”. Secondo le stime presentate, oltre i tossicodipendenti che sono, appunto il 32%, il 27% ha un problema psichiatrico, il 17% ha malattie osteoarticolari, il 16% cardiovascolari e circa il 10% problemi metabolici e dermatologici. Tra le malattie infettive è l’epatite C la più frequente (32,8%), seguita da Tbc (21,8%), Epatite B (5,3%), Hiv (3,8%) e sifilide (2,3%).”

Non mi soffermo – come Le ho detto – sul percorso riabilitativo che, in base al nostro ordinamento, dovrebbe essere addirittura “individualizzato”: il lavoro che non c’è se non per una minoranza di detenuti e lo studio anch’esso riservato a pochi fortunati. Così come tutti gli altri parametri considerati dalla Corte Edu affinché il trattamento in carcere non sia inumano e degradante, cioè illegale.

Ciò che mi preme in conclusione farle sapere è che ancora non sono riuscita ad ottenere dal Ministero della Giustizia i dati riguardanti la composizione – per titolo di reato e per pena edittale massima – della mole immensa dei procedimenti penali pendenti. Qui siamo nel campo dell’altra violazione sistematica che vede il nostro Paese condannato da oltre trent’anni per l’irragionevole durata dei processi.

Il dato è importante perché ci consentirebbe di sapere quanti procedimenti cadrebbero con un’amnistia per pena edittale massima a 3, 4, 5 anni. Solo la Guardasigilli dott.ssa, Annamaria Cancellieri riuscì, almeno, a recapitarmi una nota redatta dai suoi uffici che – con rilevazioni fatte un po’ a spanne – affermava che con un’amnistia a tre anni sarebbero caduti il 30% dei procedimenti. D’altra parte, nessuno degli oppositori ai provvedimenti previsti dall’art. 79 della Costituzione sembra curarsi dell’amnistia strisciante delle prescrizioni sempre più decisa dalle Procure della Repubblica, in violazione del principio costituzionale dell’obbligatorietà dell’azione penale al quale i funzionari pubblici che compongono i ruoli della magistratura penale dovrebbero essere vincolati ad attenersi.

È mai possibile che coloro che sono chiamati a “governare” non siano in possesso di dati di conoscenza basilari ai fini della decisione dei provvedimenti da adottare?

Le chiedo veramente scusa, Signor Presidente, del tempo che Le ho sottratto per la lettura di questo mio scritto a Lei indirizzato.

Accolga i miei più deferenti saluti.

Rita Bernardini, Segretario Radicali Italiani

– LETTERA RITA BERNARDINI CON ALLEGATI (PDF)