ALDROVANDI: BOLDRINI A POLIZIA, VIA SEGRETO SANZIONI INTERNE. VIDEO


PARLAMENTONEWS

BOLDRINI La Polizia tolga il segreto sui procedimenti disciplinari interni. Lo chiede al capo della Pubblica Sicurezza Alessandro Pansa la presidente della Camera Laura Boldrini, che accoglie così l’invito del presidente della commissione diritti umani del Senato Luigi Manconi, dopo aver incontrato Patrizia Moretti, mamma di Federico Aldrovandi. Boldrini esprime ‘indignazione’ per gli applausi del congresso del Sap agli agenti condannati per la morte di Aldovrandi, un ‘gesto provocatorio che non solo fa male a chi crede nella giustizia, ma danneggia soprattutto i tanti agenti che fanno il proprio dovere rispettando le regole’.

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Carceri, Italia e Serbia al bivio del diritto (democratico) processuale europeo


Parlamento Europeo 1Gli osservatori internazionali hanno puntualmente certificato un dato che non era sfuggito (seppure non con questa evidenza) a qualunque cittadino europeo che avesse semplicemente cercato di impegnarsi sui temi della giustizia continentale.

Se si adotta, come parametro di una riflessione seria ed effettiva, la condizione delle carceri – nonché di almeno quel ramo del diritto che si chiama “dell’esecuzione penale”, nel girone dei dannati troviamo la Serbia e l’Italia.

È opportuno, certo, operare un minimo distinguo tra le due situazioni, che purtroppo scambiano le posizioni di legalità democratica e riconsegnano, in realtà in modo peggiorativo, la palma dell’inefficacia, dell’inefficienza e dell’ingiustizia al Belpaese.

Tanto per cominciare, la popolazione penitenziaria italiana è ben più numerosa. Non solo, la strumentazione giuridico-parlamentare “nostrana” dovrebbe avere strumenti analitici e, addirittura, risolutivi più consolidati e meglio riferibili a una grande quantità di soggetti sottoposti a privazione della libertà personale, corrispondente a decine di migliaia di individui (con l’aggravante di quelli in attesa di giudizio, sono cifre che equivalgono a una città media di uno degli Stati dell’Europa Orientale).

La legalità costituzionale serba, inoltre, è più recente: oltre alla storia demografica e culturale di quel popolo, infatti, di cui qua non si discute (anzi, va per quanto sommariamente ricordata), il sistema giuridico pubblico dello Stato in questione si forma, in modo ancorché precario, solo allo smembramento dell’ex Jugoslavia, in un percorso accidentato che dura sino a tutto l’ultimo quinquennio, con problemi di conflittualità sociale, di dichiarato accentramento politico nei frangenti di maggiore tensione interna.

Insomma, se si vuole essere onesti, in un ambito di giustizia processuale e penitenziaria, un Paese che aveva, o ha, l’ambizione di mettersi alla stessa stregua dei grandi pionieri liberal-democratici europei, non può sentirsi troppo soddisfatto di essere finito alla pari o quasi di uno Stato di recente formazione e che non registra, nemmeno legislativamente, una peculiare evoluzione sul terreno dei diritti umani. E già questo dovrebbe chiudere i conti con le false consolazioni del “non è detto che siamo i peggiori”.

La via maestra all’Italia, per riportarsi dentro un parametro di legalità comunitaria-internazionale (e, se ciò sembrasse poco, come a volte sembra, per onorare un minimo di giustizia sostanziale), è stata indicata dal Presidente della Repubblica, suggerita strutturalmente dalla stessa Corte di Strasburgo e non scoraggiata, ma addirittura incentivata, da due Pontefici: amnistia e indulto.

Il governo nemmeno ci pensa; interviene sulle carceri con ridottissimi provvedimenti disorganici e che creano difficoltà interpretative, persino nella mera quantificazione e qualificazione dei beneficiari, e si pronuncia, soprattutto nella sua componente a Sinistra (cioè, quella che giurava di farsi carico dell’innovazione, del riformismo, del grande cambiamento, della ripartenza economica e civile), contro ogni ipotesi di clemenza, addirittura bollata come inutile o approssimativa o deficitaria o, peggio, “errore da non ripetere” (e quando recentemente era stato compiuto? Ci torneremo).

Il vero padre e pioniere dell’europeismo politico, nel quadro del costituzionalismo post-bellico, è Altiero Spinelli. Con Ernesto Rossi, di cui troppo spesso si ricorda solo l’anticlericalismo -ma che anticlericalismo! documentato, intuitivo e non in disprezzo della libertà religiosa, autore del Manifesto di Ventotene. Lo scopo: un’Europa libera e unita.

Lo scenario della redazione (prima, ovviamente, della preziosa cucitura sistematica di Colorni): un confino politico. Il sogno europeo nasce, o almeno rinasce, dalle macerie della privazione della libertà politica. Dove c’è un forte regolamento interno che si sfida con la clandestinità. La detenzione e il confino specchio del Paese: ordine e corporativismo, unica alternativa “sediziosa” il cambiamento attraverso discussioni, aperture sovversive con dialogo, impegno e studio, dichiarazioni di opposizione.

La speranza e il progetto di un’Europa federale hanno profondamente bisogno di ripartire dalle sofferenze estreme e distruttive, patite dai suoi fautori: rilanciarsi attraverso la libertà, la decarcerizzazione, la depenalizzazione, la garanzia dell’esercizio dei diritti di libertà. Colorni, Rossi e Spinelli ne fanno manifesto esistenziale: sulla loro pelle e nella loro esperienza, la federazione degli Stati Uniti d’Europa significa massimizzazione dei diritti di libertà, organizzazione efficace antiautoritaria e anticentralistica.

Rispetto della legge penale che deve coincidere con la sua natura residuale, scritta, espressa, limitata. Altrimenti, il fallimento interno allo Stato nazionale sarà, in prospettiva, cancro che può contraddittoriamente posizionarsi anche a danno del progetto unitario: se quella violenza cancerogena non viene estirpata coi metodi autentici e nonviolenti dell’armonizzazione e dell’amicizia tra i popoli, può diffondersi e, contemporaneamente, consumare da dentro quello Stato e quel popolo.

La situazione italiana è a questo disagevole guado e ricordare l’indulto Mastella in nulla aiuta quanti vogliono continuare a tenere, sotto il secchio di fango, il gigante malato dai piedi d’argilla: quell’indulto non fu compiuto proprio per le ragioni opposte a quelle che si ricordano nella “vulgata” di una democrazia “reale”.

Innanzitutto, non fu integrato da un provvedimento di amnistia: non fu elevatissima la percentuale di detenuti che ne beneficiarono concretamente in sede di “output” dagli istituti di pena, processi inconcludenti sul filone della pena principale furono comunque celebrati, la tregua ai numeri infernali e al sovraffollamento fu solo temporanea.

In seconda battuta, vi fu qualche errore nella selezione nella griglia dei reati integranti l’applicabilità oggettiva: i reati bagatellari potevano e dovevano essere al centro di un dichiarato programma di depenalizzazione e, forse, poteva essere più utile evitare che l’indulto fungesse, anche se secondariamente e marginalmente, da salvacondotto per qualche furbetto del reato “bianco”.

Ancora: ma quanto poco si è detto, quanto poco è realmente entrato nella sfera conoscitiva dell’opinione pubblica, sui numeri della recidiva degli indultati, competitivi e, anzi, apertamente inferiori rispetto al trend medio garantito dal nostro sistema penitenziario?

La domanda, a questo punto, è legittima: che c’entra invocare un nuovo indulto, la tanto reclamata amnistia, una riforma complessiva ed economica dei diritti processuali e un quadro di depenalizzazioni, funzionali ad esigenze umanitarie, di spesa e di coerenza giudiziaria interna alla legalità costituzionale, col riferimento ai grandi obiettivi del federalismo europeo, fatto a pezzi dalle opzioni di chi vuole un’Europa di contenimenti di spesa o, all’opposto, un’Europa di Nazioni sul piede di guerra e protezionistiche?

Il riferimento è, innanzitutto, al monito ormai quasi irrecuperabilmente in scadenza giuntoci da Strasburgo; e si rimanda anche ai rapporti sulla detenzione degli Stati “virtuosi”, che dovrebbero suggerirci buone prassi (non solo le aste per le auto blu). E ricordiamo, quasi simbolicamente, la condizione di sofferenza e privazione di quegli intellettuali che, dalle gole infami della prevenzione penale, malamente interpretata dallo stato di polizia, seppero scrivere un’agenda di obiettivi e sogni per un Continente macilento, quasi quanto quello attuale.

di Domenico Bilotti

http://www.politicamentecorretto.com, 3 maggio 2014

Giustizia: Pannella; sulle carceri e l’amnistia con la Chiesa… finalmente dalla stessa parte


Marco Pannella Carcere PenitenziariaPer Marco Pannella lo scorrere del tempo non esiste. Quando ci parli, alla vigilia del suo 84° compleanno (l’interessato, però, dice che entra nell’ottantacinquesimo) ti rendi conto che per lui esiste solo un eterno presente, che ingloba un passato fatto da oltre 55 anni di lotte non violente.

Divorzio, aborto, smilitarizzazione della polizia e della guardia di finanza, lotta alla fame nel mondo, moratoria contro la pena di morte e tribunale internazionale per i crimini contro l’umanità, nuovo codice del diritto di famiglia, legalizzazione delle droghe, antiproibizionismo su tutto, a cominciare dalla ricerca scientifica.

E, soprattutto, la battaglia per la giustizia giusta, che negli anni 80 condivise con Enzo Tortora, l’icona della malagiustizia all’italiana a cui recentemente ho dedicato il mio docufilm “Enzo Tortora, una ferita italiana”. Senza dimenticare la lotta per le carceri e i detenuti, per il rientro dell’Italia nella legalità europea e dell’Europa in quella internazionale.

Il passato di Pannella, da Ernesto Rossi e Altiero Spinelli al recentemente scomparso Sergio Stanzani, già presidente di “Non c’è pace senza giustizia”, da Pier Paolo Pasolini ad Aldo Capitini, ideatore della marcia della pace, è come se fosse ancora tutto lì con lui. Un pantheon ideale che lui evoca e che riesce, parlando, a far materializzare davanti a ogni interlocutore. Poi, di colpo, irrompe il presente. Come quando racconta della parola magica – amnistia – sussurrata discretamente a Papa Francesco (perché poi quest’ultimo la ripeta “urbi et orbi”), durante la telefonata ricevuta in ospedale dopo l’operazione di qualche giorno fa.

Tutto questo, “compresente” nei suoi discorsi oltre che nella sua memoria, è Marco Pannella. Un uomo di una cultura immensa che per comunicare il male oscuro della partitocrazia italiana cita Camus e “La peste” (che l’Italia sta diffondendo in Europa) o che, per ricordare quel che accade nella giustizia penale del nostro Paese, ricorda le parole della “colonna infame” di manzoniana memoria, proprio come a suo tempo faceva anche Enzo Tortora.

Eppure questo grande uomo italiano – che loda il presidente Napolitano per il coraggio dimostrato nel messaggio alle Camere su giustizia, carceri e amnistia (“parola che nessuno nel Pd vuole pronunciare”, sottolinea lui) – accetta ogni giorno di rimettere in discussione la sua leadership e lo stesso partito radicale, oggi “galassia”, da lui fondato.

Perché proprio in questi giorni un altro Senato, quello della galassia in questione, deve prendere gravi decisioni a proposito del proseguimento della lotta politica. “Non mi voglio candidare alle Europee – dice Pannella – e non farò di certo un’eccezione come qualcuno mi ha suggerito dopo la telefonata con Bergoglio, che per una volta ci ha regalato l’attenzione dei media. È inutile, per inseguire un improbabile 4 per cento, legittimare un regime criminale e pluripregiudicato nel non rispetto dei diritti umani”.

Il problema è che “la peste” si è già diffusa nel Vecchio Continente. “E ancora una volta è stato il nostro Paese, come già negli anni Trenta, a diffonderla”. Come? Anche con gli eccessi di burocrazia “che hanno reso l’Europa non più un sogno ma un incubo”. “Questa è la situazione di Cesare”, come Pannella ama definire il potere dell’autorità statale e continentale.

“Per fortuna che invece c’è Pietro”, cioè il Papa. Il paradosso di uno stato con un sovrano assoluto ma illuminato, come Papa Francesco, che con un atto d’imperio abolisce l’ergastolo dopo che in passato un suo predecessore, Papa Woytila, altro grande amico di Pannella (“mi cercava da quando era vescovo in Polonia”, ricorda), allo stesso modo aveva abolito la pena di morte. Mentre in Italia l’ergastolo c’è ancora e la pena di morte è stata sostituita dalla morte per pena.

Questo rinnovato – e ricambiato – amore del mondo cattolico verso il “diavolo Pannella” non è una novità: “Mai avrei vinto le battaglie su divorzio e aborto senza le nonne cattoliche che mi dicevano “legalizzaci Marco!”.

E proprio oggi che Pannella è in sciopero della fame, non più della sete, perché arrivi un segnale dalla politica (e da Renzi) sui provvedimenti chiesti da Napolitano sei mesi fa nel suo messaggio alle Camere, Pannella lancia un’altra delle proprie profezie. “Quando sostenevo che prima o poi si sarebbe dovuto legalizzare la marijuana – dice – mi rispondevano che volevo corrompere la gioventù, ma io adesso ti dico che il proibizionismo ha i giorni contati.

Quattro o cinque anni… e tutte le droghe saranno legalizzate, perché i paesi del Sud e del Nord America vogliono provare una strada nuova. E fra due anni, a Vienna, magari faranno cambiare le convenzioni che risalgono al 1961. Quello sarà un gran giorno e non potrà opporsi neanche la Russia, che è l’ultimo ridotto del proibizionismo e di tutte le mafie, perché sarà la Cina a muoversi e a metterne in crisi la prepotenza che oggi né l’Europa né l’America riescono a contenere”. Quante volte, da destra e da sinistra, sono stati costretti a dirgli “Marco, avevi ragione…”? Visti i precedenti, anche stavolta sarebbe il caso di non prenderlo troppo alla leggera. Auguri Marco.

intervista a cura di Ambrogio Crespi

Il Tempo, 3 maggio 2014

Giustizia, Cappato (Radicali) : sostituire l’amnistia “legale” a quella “clandestina” che riguarda i ricchi e i potenti


On. Marco CappatoPer fortuna ci sono i Radicali. Che magari hanno tanti difetti ma sono gli unici che in Italia hanno nel codice genetico il garantismo e la questione dei diritti individuali. Rita Bernardini si sta sottoponendo da settimane a uno sciopero della fame per richiamare l’attenzione sulla sentenza europea attesa per il 28 maggio che riguarda le condizioni in cui sono costretti a vivere i carcerati. Chiedono l’amnistia, e l’ha chiesta perfino Napolitano.

“Eppure di fronte ad una situazione definita dalla Corte di Strasburgo come pratica di tortura nei confronti dei detenuti, a sinistra c’è ancora chi parla di Berlusconi che con l’amnistia non c’entra niente. Berlusconi è la loro ossessione, o forse, il loro alibi”, dice Marco Cappato, con il quale parliamo con della possibilità del recupero a sinistra di valori portati avanti finora solo da loro.

Il garantismo come valore può essere attribuito a uno specifico campo politico?

Se guardiamo alla questione in termini teorici o politologici, è evidente che in una democrazia libera non ci sono nessuna destra e nessuna sinistra che possano o debbano avere delle resistenze esplicite contro il diritto delle garanzie: è un principio di natura individuale contro i poteri dello Stato. Ma se vogliamo stare agli schemi classici, forse potrebbe appartenere più a una destra liberale che alla sinistra.

D’altra parte però c’è l’eguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge, un valore molto sentito a sinistra. Se poi invece guardiamo a come la giustizia si è radicata in Italia, allora non si può non vedere come elementi di irresponsabilità e arbitrarietà del potere giudiziario siano stati coltivati e apprezzati negli ultimi decenni soprattutto a sinistra.

Ma questo giustizialismo a sinistra è da imputare solo all’anti berlusconismo?

Evidentemente no, comincia già con Mani Pulite. Poi Berlusconi è diventato il nemico, ma la politicizzazione di alcuni poteri della magistratura sono stati funzionali a un disegno politico della sinistra italiana, e questo a prescindere da Berlusconi. Già negli anni Settanta, ai tempi degli anni di piombo, del sequestro Moro e così via, la cosiddetta “strategia della fermezza” e la disponibilità a sospendere la legalità democratica è stata una caratteristica del Pci che l’ha portata avanti con più ferocia rispetto alla Dc o qualsiasi altro partito.

Berlusconi si è trovato a essere un ostacolo quando ha battuto Occhetto e la sua “gioiosa macchina da guerra”. Lui stesso poi ha deciso di non spendere le sue risorse politiche per difendere l’idea di una giustizia giusta per tutti – e non semplicemente per se stesso – quindi per la sinistra alla fine è stato più un alibi che un ostacolo. È stato responsabile del fallimento dei referendum radicali degli anni Novanta sulla giustizia: prima da dichiarato ci avrebbe pensato lui e invece alla fine non ha fatto nulla, se non firmare sei mesi fa tutti i nostri referendum, che sono stati invece boicottati da Renzi, dal Pd e da tutti gli altri.

La sinistra dunque, il Pci in particolare, al garantismo non ha mai tenuto…

È così. Se penso al caso Tortora, ricordo che lì noi trovammo delle sponde sulla raccolta delle firme tra i socialisti, Claudio Martelli in particolare, mentre il Pci e l’editoria di sinistra erano ostili a quella battaglia, basta pensare a Repubblica, un giornale sempre nemico delle battaglie garantiste. E comunque da Mani Pulite in poi il Pci divise il campo tra i “buoni” e i “cattivi”, i puri a sinistra e gli altri a destra, così l’idea che il sistema delle garanzie riguardasse ogni singolo individuo è andata a farsi benedire. Senza riflettere sul fatto che il non guardare al singolo è in perfetta continuità con ideologie totalitarie tra cui il corporativismo fascista.

Quindi non ha senso parlare di un recupero del garantismo a sinistra, ma casomai della fondazione del principio garantista in quest’area….

Diciamo che i vertici del Pci hanno sempre pensato di poter usare per il proprio fine la politicizzazione del potere giudiziario e la sospensione di fatto delle garanzie processuali. E lo hanno fatto utilizzando i media, che si sono rivelati essere un elemento strategico potentissimo. Poi ovviamente anche a sinistra non sono mancate e non mancano personalità che al contrario si sono spese e si spendono per il garantismo in modo splendido. Eppure se la sinistra assumesse la questione del garantismo per ciò che in effetti è, e cioè la vera emergenza sociale dei nostri tempi, si riuscirebbe a portare la questione dei diritti individuali nell’alveo della battaglia egualitarista e a dargli nuova linfa e nuova forza.

Che cosa significa esattamente?

La sinistra dovrebbe avere più di altre forze politiche il compito di guardare alle grandi questioni sociali del Paese, a partire dai diseredati, da quelle che una volta si chiamavano masse popolari. La giustizia è la grande questione sociale perché è lì che la disparità sul piano economico causa una disparità sociale profonda, più che in altri settori del vivere civile, e questo è direttamente collegato all’urgenza della battaglia radicale sull’amnistia e i processi. Numero chiave sono i dieci milioni e oltre di procedimenti giudiziari pendenti. Tutti sanno che oggi chi dispone di avvocati di un certo livello e altri strumenti privilegiati, può prevalere sia sul piano penale che su quello civile, puntando sulle prescrizioni, sull’impianto almeno formalmente garantista della nostra giurisprudenza, per evitare il carcere.

Basta vedere chi c’è, in carcere: tossici, immigrati, prostitute, autori di piccoli reati…

Questa è la realtà sociale del carcere, la verità riferita ai processi. Anche sul piano civile: chi sono quelli stritolati dai fallimenti e dal recupero crediti? Le partite Iva, i piccoli imprenditori… Una grande azienda se ne frega dei contenziosi in sede civile. Questo è il senso della nostra battaglia per sostituire l’amnistia legale a quella clandestina che riguarda fondamentalmente i ricchi e i potenti che riescono quasi sempre ad accedere alla prescrizione.

intervista al Radicale Marco Cappato, a cura di Nanni Riccobono

Gli Altri, 3 maggio 2014

Giustizia: cara sinistra… ecco perché non c’è modernità senza garantismo


Può esistere il garantismo di sinistra? Può esistere, per una ragione storica: è esistito, ha pesato, ha avuto una influenza notevole sulla formazione degli intellettuali di sinistra.

Tutto questo è successo molto, molto tempo fa.

Soprattutto, naturalmente, quando la sinistra era all’opposizione, o addirittura era “ribelle”, e quando i magistrati – qui in Italia – erano prevalentemente legati ai partiti politici conservatori o reazionari, e in gran parte provenivano dalla tradizione fascista. Allora persino il Pci, che pure aveva delle fortissime componenti staliniste, e quindi anti-libertarie, coltivava il garantismo.

Il grande limite del garantismo, in Italia – e il motivo vero per il quale oggi quasi non esiste più alcuna forma vivente di garantismo di sinistra – sta nel fatto che non è mai stato il prodotto di una battaglia di idee – di una convinzione assoluta – ma solo di una battaglia politica (questo, tranne pochissime eccezioni, o forse, addirittura, tranne la unica eccezione del Partito Radicale). La distinzione tra garantismo e non garantismo oggi si determina calcolando la distanza tra un certo gruppo politico – o giornalistico, o di pensiero – e la casta dei magistrati.

Il “garantismo reale”, diciamo così, non è qualcosa che si riferisce a dei principi e a una visione della società e della comunità, ma è soltanto una posizione politica riferita a un sistema di alleanze che privilegia o combatte il potere della magistratura. Per questo il garantismo non riesce più ad essere un “valore generale” e dunque entra in rotta di collisione con il corpo grosso della sinistra – moderata, radicale, o estremista – che vede nella magistratura un baluardo contro il berlusconismo, e al “culto” di questo baluardo sacrifica ogni cosa.

Tranne in casi specialissimi: quando la magistratura, per qualche motivo, diventa nemico. Per esempio nella persecuzione verso il movimento no-tav. Allora, in qualche caso, anche spezzoni di movimenti di sinistra diventano “transitoriamente” garantisti, e contestano il mito della legalità, ma senza mai riuscire a trasformare questa idea in idea generale: quel garantismo resta semplicemente uno strumento di difesa. Di difesa di se stessi, del proprio gruppo delle proprie illegalità, non di difesa di tutta la società.

Il garantismo può essere di sinistra, per la semplice ragione che il garantismo è una delle poche categorie ideal-politiche che non ha niente a che fare con le tradizionali distinzioni tra sinistra e destra. La sinistra e la destra – per dirla un pò grossolanamente – si dividono sulle grandi questioni sociali e sulla negazione o sull’esaltazione del valore di eguaglianza; il garantismo con questo non c’entra, è solo un sistema di idee che tende a difendere i diritti individuali, a opporsi alla repressione e a distinguere tra “legalità” e “diritto”.

Può essere indifferentemente di destra o di sinistra. A destra, tradizionalmente, il garantismo ha sempre sofferto perché entra in conflitto con le idee più reazionarie di Stato-Patria, Gerarchia-Ordine, Obbedienza-Legalità. A sinistra, in linea teorica, dovrebbe avere molto più spazio, con il solo limite della scarsa “passione” della sinistra per i diritti individuali, spesso considerati solo una variabile subordinata dei diritti collettivi. E quindi, spesso, negati in onore di un Diritto Superiore e di massa.

Ed è proprio in questa morsa tra destra e sinistra – tra statalismo di destra e di sinistra – che il garantismo rischia di morire. Provocando dei danni enormi, in tutto l’impianto della democrazia e soprattutto nel regime della libertà. Perché il garantismo ha molto a che fare con la modernità. Ormai si stanno delineando due ipotesi diverse di modernità. Una molto cupa, iper-capitalistica. Quella che assegna al mercato e all’efficienza il potere di dominare il futuro. E questa tendenza -che a differenza dalle apparenze non è affatto solo di destra ma attraversa tutti gli schieramenti, compreso quello grillino – passa per una politica ultra-legalitaria, che si realizza moltiplicando a dismisura le leggi, i divieti, le regolazioni, le punizioni, le confische e tutto il resto.

L’idea è che moderno significhi “regolato”, “predeterminato” e che per fare questo si debba separare libertà e organizzazione. E anche, naturalmente, libertà e uguaglianza (uguaglianza sociale o uguaglianza di fronte alla legge, o pari opportunità eccetera). E che la libertà sia “successiva” agli altri valori.

Poi c’è una seconda idea, del tutto minoritaria, che vorrebbe che il mercato restasse nel mondo dell’economia, e non pretendesse di regolare e comandare sulla comunità; e vorrebbe organizzare la comunità su due soli valori: la libertà piena, in tutti i campi, e il diritto, soprattutto il diritto di ciascuno. Questa idea qui è l’idea garantista.

E non ha nessuna possibilità di decollare se non riesce a coinvolgere la sinistra. Rischia di ridursi a un rinsecchito principio liberista, o individualista, che può sopravvivere, ma non può volare, non può prendere in mano le redini del futuro. È la sfida essenziale che abbiamo davanti. Chissà se prima o poi qualcuno se ne accorgerà, o se continuerà a prevalere la sciagurata cultura reazionaria di sinistra dei girotondi.

di Piero Sansonetti

Gli Altri, 3 maggio 2014