Giustizia, vent’anni nell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Napoli solo per aver rubato un portafogli


ospedale-psichiatricoViaggio nella struttura di Secondigliano dove ci sono 95 internati. Chi esce, poi rientra: fuori nessuna speranza. Vergogna “manicomi” giudiziari; c’è una legge per chiuderli, ma si va avanti di proroga in proroga.

“Sei un detenuto come tutti gli altri! Ti ho detto di metterti in fila!”. Queste le parole di un agente penitenziario dell’Opg (Ospedale psichiatrico giudiziario) di Secondigliano. Ma se la struttura nella quale risiedono viene chiamata “ospedale”, perché gli internati non vengono chiamati pazienti? Perché non sono affidati, come dovrebbero, al ministero della Salute, bensì al ministero della Giustizia. Perché evidentemente nel contesto sociale in cui sono costretti a vivere la loro colpevolezza assume un peso maggiore rispetto al loro stato di esseri umani.

Ma di quali colpe parliamo poi in realtà? C’è chi è rimasto dentro per 20 anni per aver rubato un portafogli o per essersi travestito da donna, con smalto e maglione lungo, colpevole di aver scandalizzato la morale borghese. Le sentenze dei giudici non sono tanto aspre, ma molte famiglie rifiutano di assumersi la responsabilità di badare ad una persona che avrebbe bisogno di essere seguita e supportata in ogni aspetto della propria vita quotidiana..

Nell’Opg di Secondigliano si trovano al momento 95 uomini, racconta fra Sereno, cappellano della struttura. “Quando ho iniziato a conoscere questa realtà qualche anno fa, gli internati erano 140 quando invece la capienza massima tollerata era di 120; negli ultimi anni per fortuna il numero si è ridotto ma molti purtroppo ritornano”. Ritornano perché il mondo esterno non li accetta. Ricevendo raramente supporto dai nuclei familiari e avendo prospettive lavorative pari a zero (la fedina penale sporca unita ad instabilità mentale non garantisce di certo un curriculum esemplare), molti ripetono reati commessi in precedenza spinti proprio dal desiderio di rientrare in Opg, non perché sia un resort a 5 stelle ma perché è l’unica realtà in cui si ritrovano.

OPG NapoliIn Italia gli Opg nascono negli anni 70, con la chiusura dei manicomi criminali. Oggi ne esistono in tutto 6 (due dei quali in Campania). L’idea iniziale era quella di abolire le ignominie dei manicomi che usavano camicie di forza, cinghie e metodi violenti per tenere a bada gli internati, costruendo strutture alternative che si occupassero soprattutto del recupero della persona. La realtà però è ben diversa, servizi igienici carenti, assistenza sanitaria (medici e psicologi) insufficienti, sovraffollamento, vitto e alloggio precari. L’ha attestato un’inchiesta parlamentare condotta nel 2011 dall’attuale sindaco di Roma Ignazio Marino, in seguito alla quale nel 2012 è stata approvata dal Senato una legge che sanciva la chiusura degli Opg italiani entro marzo 2013. A seguito di due proroghe (una recentissima, che risale all’1 aprile di quest’anno) la nuova data prevista per la chiusura delle strutture è il 30 aprile 2015.

Chi lavora all’interno di questa realtà si mostra però parecchio titubante: mancano fondi e soluzioni alternative, non basta costruire altre strutture apponendovi una nuova sigla che non sarà più Opg ma Rems (Residenze per l’esecuzione della misura di sicurezza sanitaria).

Ci sarebbe bisogno di personale specializzato, di supporto per gli internati e per gli agenti carcerari ma soprattutto di attività ricreative come botanica o pittura, che a Secondigliano per esempio, hanno avuto un impatto molto positivo. Intanto si continuano a somministrare più volte al giorno pesanti psicofarmaci a tutti i detenuti-pazienti e continuano le proteste contro questo sistema malato, emblematico il caso di Marco Pannella che nonostante un intervento all’aorta ha voluto continuare il suo sciopero della fame e della sete, interrotto solo dopo una telefonata al Papa.

di Sarah Meraviglia

Roma, 28 aprile 2014

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