Carceri : Così l’Amministrazione Penitenziaria tenta di umanizzare i trasferimenti


Polizia Penitenziaria trasferimenti detenutiIn carcere sono tanti a domandarsi perché c’è voluta l’Europa, con le sue sentenze e la paura di risarcimenti colossali per le condizioni delle nostre galere, per costringere il nostro Paese a prendere misure per “umanizzare” la detenzione. Adesso però diventa fondamentale anche controllare che quelle misure vengano davvero applicate ovunque.

In particolare quelle sui trasferimenti, che per i detenuti sono da sempre un incubo: ora una recente circolare dell’Amministrazione penitenziaria dice che “deve essere assicurato, nella misura più ampia possibile, l’accoglimento delle istanze di trasferimento dei detenuti” e “pare congruo fissare un termine di sessanta giorni entro cui fornire una risposta al detenuto, che decorreranno dall’acquisizione da parte dell’Ufficio competente di tutti gli elementi necessari alla decisione”. Finalmente chi chiede di essere trasferito vicino alla famiglia potrà avere risposte rapide, e chi veniva trasferito invece contro la sua volontà potrà sperare di non dover più subire quegli odiati trasferimenti, di cui parlano le testimonianze di due detenuti che riportiamo.

Un inferno nuovo

Ritrovarsi rinchiuso in un furgone blindato alle 3-4 di mattina è una emozione che consiglierei a tutti coloro che decidono i trasferimenti di noi detenuti. Ovviamente c’è una provocazione dietro alle mie parole.

In tutti i miei anni di detenzione ho girato molte carceri e vedere spuntare, da quel piccolo spioncino arrugginito del cancello della tua cella, un agente penitenziario, con una piccola torcia per fare luce, puntartela sugli occhi e chiamare il tuo cognome con la classica formula: “Sciacca, Sciacca sveglia sei partente” e con le solite risposte: “ma come, dove mi portate?” oppure: “ma oggi faccio il colloquio, arrivano i miei famigliari”, è un ricordo che ancora mi terrorizza. Non esiste nessun modo in cui tu possa evitare un trasferimento, ti viene buttato lì, piomba sulla tua vita e su quella dei tuoi cari in maniera prepotente. Anche se io oggi ho intrapreso un percorso rieducativo nella redazione di Ristretti Orizzonti, questo non mi rende immune da un eventuale trasferimento, anche in questo istante che mi trovo di fronte al computer a scrivere questo articolo potrei essere chiamato “partente”.

Ora io potrei descrivere le condizioni pietose con cui vengono effettuati questi spostamenti, ma il mio scritto potrebbe risultare una lamentela, dunque voglio parlare solo dello sconforto che regna dentro a un detenuto al momento della partenza.

Una volta che ti hanno svegliato inizi ad andare alla ricerca dei classici sacchi neri grandi, quelli della spazzatura, e inizi a buttarci dentro tutte le tue cose personali, comprese le foto della tua famiglia. Nel frattempo il tuo cervello continuerà a chiedersi dove andrai. Inizierai a pregare che sia un posto a portata di mano per continuare a fare i colloqui con tuo figlio o con i tuoi genitori, ma in cuor tuo, vedendo fuori dalla finestra che il giorno è ancora molto distante, capisci che sarà un viaggio lungo. Sicuramente ti allontanerai dalla regione in cui ti trovi, ed è proprio in quel momento che ti fermi un secondo e inizi a pensare a come farai ad avvisare i tuoi cari. Oppure c’è lo scenario più brutto. Magari vieni trasferito proprio il giorno del colloquio. Questo vuol dire che tua moglie si presenterà con in braccio tuo figlio di fronte al grosso portone metallico del carcere, per farti il colloquio, ma riceverà un rifiuto da parte di un agente penitenziario con, anche qui, la classica formula: “Suo marito è stato trasferito”. “Ma dove?”. Ovviamente non le verrà detta la destinazione “per motivi di sicurezza”.

I finali di questi scenari sono gli stessi. Ti ritroverai giù nel magazzino a riempire due borse, tipo militare, con un limite sul peso di 8 chili. Ovviamente la priorità ce l’hanno tutti quegli oggetti personali, foto, lettere e piccoli regali che a volte hai il bisogno di guardare per ricordarti che sei un essere umano. Poi vengono tutti i documenti processuali e poi il resto. Sì ma il resto non ci sta. Dunque fai una selezione veloce, anzi molto veloce perché quella presenza oscura dell’agente penitenziario, che continua a incitarti a muoverti, rimbomba nel tuo cervello. Ok, ci siamo. Il resto dei tuoi vestiti arriverà a destinazione da solo, forse è per questo che lo riceverai dopo 4-5 mesi. Comunque eccolo lì il famoso furgone blindato.

Lo vedi già con le porte posteriori aperte, come se fosse un invito ad entrare nell’anticamera dell’inferno, ovviamente ammanettato. La sicurezza non è mai troppa. Sarà inutile sprecare fiato per chiedere la destinazione, non ti verrà mai detta. Io cercavo sempre di vedere attraverso dei quadratini di vetro blindato con un diametro di 20 centimetri, la segnaletica stradale, ma alla fine dopo vari tentativi rinunciavo e aspettavo che le porte dell’anticamera dell’inferno si aprissero per entrare nel mio nuovo inferno.

Lorenzo Sciacca

Pacchi umani

Penitenziaria - blindatoForse, non tutti sanno che un detenuto è spesso trattato come un pacco postale, io personalmente dal 2008 ad oggi ho fatto una ventina di trasferimenti, per processi in giro per l’Italia o trasferimenti cosiddetti “ministeriali”. Tranne per i primi tempi di carcerazione quando ho fatto transiti anche nelle carceri giù in Sicilia, mia terra d’origine, dove ho potuto fare qualche colloquio con i miei familiari e in particolar modo i miei due figli piccoli, poi mi hanno sballottato a destra e a sinistra per le carceri del Nord Italia.

Mi ricordo che quando ero libero, e vedevo quelle povere bestie che venivano trasportate in quei camion con le sponde alte, e le vedevo affacciare da quelle feritoie, dicevo tra me e me “ma guarda che trattamento disumano hanno quelle bestie!”, ma poi entrando in carcere mi sono ricreduto.

Le bestie vengono trasportate meglio di noi.

Intanto vorrei descrivere come sono fatti questi trasferimenti: vieni portato in angusti furgoni blindati dove all’interno ci sono delle piccole gabbie con dei seggiolini in plastica dura e queste gabbie sono rivestite da pannelli di ferro bucherellato e smaltato, a malapena riesci a starci dentro e non hai nemmeno dei finestrini da dove vedere le strade, e l’aria la respiri tramite una ventola posta sul tetto del furgone.

Nel trasferimento oltre allo stress ti aggiungono altre disumanizzazioni, che chiamano “sicurezza”, cioè essere ammanettato, come se uno potesse scappare da quella gabbia angusta, e con tutte quelle guardie armate.

Oggi posso dire che invidio tanto quelle bestie che vedevo per le strade trasportate in quei camion, almeno loro possono vedere, respirare aria naturale, non sono legate e possono fare i propri bisogni quando vogliono.

Io credo che ci possano essere dei modi per umanizzare questi trasferimenti, ma il primo è quello di farne meno possibile. Ognuno di noi detenuti dovrebbe stare nel carcere più vicino ai propri cari per poter fare i colloqui e poter crescere i propri figli, e per quel poco che ti permettono le nostre attuali leggi cercare di non rinunciare al ruolo di padre. Ma questo troppo spesso non succede.

Non voglio essere compatito e non voglio fare la vittima della situazione, ma credo che la società dovrebbe sapere cosa succede nelle nostre galere, il modo in cui veniamo trattati e spesso umiliati da questo sistema, e non credere tanto a quello che dicono i mass media. Vorrei che la società entrasse dentro per constatare che non siamo delle bestie feroci, e che vorremmo solo pagare per i nostri errori, ma avere quello di cui ha più bisogno un essere umano, cioè la dignità di uomini, e non di pacchi umani.

Luca Raimondo

Il Mattino di Padova, 28 aprile 2014

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...