Viaggio nel 41 bis- il controllo della corrispondenza- di Maria Brucale


Le Urla dal Silenzio

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Con Maria Brucale, avvocato appassionato e generoso, abbiamo iniziato un viaggio in un mondo su cui grava un infinito disfavore, ma che pochissimi conosco. Il mondo di chi è sepolto vivo al 41 bis.

Certe persone portano addosso il marchio del male assoluto. E pochi vanno oltre il mito negativo. Per vedere la concretezza di volti. Pochi cercano davvero di capire. E pochi difendono chi è considerato indifendibile.

Maria è tra questi pochi che non dimenticano che la conoscenza autentica va oltre la “galleria dei mostri” e il “dovere inevitabile dell’accetta”  e che si sforzano di dare una chance in più al volto del diritto che non può andare in pensione mai, se davvero di diritto si tratta.

Maria Brucale rappresenta per noi preziosi momenti di riflessione.

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La sicurezza è la bandiera che viene sventolata ai nostri occhi. E’ un’ambizione comune, collettiva. Uno spettro che tutti unisce e raccoglie…

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Giustizia, vent’anni nell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Napoli solo per aver rubato un portafogli


ospedale-psichiatricoViaggio nella struttura di Secondigliano dove ci sono 95 internati. Chi esce, poi rientra: fuori nessuna speranza. Vergogna “manicomi” giudiziari; c’è una legge per chiuderli, ma si va avanti di proroga in proroga.

“Sei un detenuto come tutti gli altri! Ti ho detto di metterti in fila!”. Queste le parole di un agente penitenziario dell’Opg (Ospedale psichiatrico giudiziario) di Secondigliano. Ma se la struttura nella quale risiedono viene chiamata “ospedale”, perché gli internati non vengono chiamati pazienti? Perché non sono affidati, come dovrebbero, al ministero della Salute, bensì al ministero della Giustizia. Perché evidentemente nel contesto sociale in cui sono costretti a vivere la loro colpevolezza assume un peso maggiore rispetto al loro stato di esseri umani.

Ma di quali colpe parliamo poi in realtà? C’è chi è rimasto dentro per 20 anni per aver rubato un portafogli o per essersi travestito da donna, con smalto e maglione lungo, colpevole di aver scandalizzato la morale borghese. Le sentenze dei giudici non sono tanto aspre, ma molte famiglie rifiutano di assumersi la responsabilità di badare ad una persona che avrebbe bisogno di essere seguita e supportata in ogni aspetto della propria vita quotidiana..

Nell’Opg di Secondigliano si trovano al momento 95 uomini, racconta fra Sereno, cappellano della struttura. “Quando ho iniziato a conoscere questa realtà qualche anno fa, gli internati erano 140 quando invece la capienza massima tollerata era di 120; negli ultimi anni per fortuna il numero si è ridotto ma molti purtroppo ritornano”. Ritornano perché il mondo esterno non li accetta. Ricevendo raramente supporto dai nuclei familiari e avendo prospettive lavorative pari a zero (la fedina penale sporca unita ad instabilità mentale non garantisce di certo un curriculum esemplare), molti ripetono reati commessi in precedenza spinti proprio dal desiderio di rientrare in Opg, non perché sia un resort a 5 stelle ma perché è l’unica realtà in cui si ritrovano.

OPG NapoliIn Italia gli Opg nascono negli anni 70, con la chiusura dei manicomi criminali. Oggi ne esistono in tutto 6 (due dei quali in Campania). L’idea iniziale era quella di abolire le ignominie dei manicomi che usavano camicie di forza, cinghie e metodi violenti per tenere a bada gli internati, costruendo strutture alternative che si occupassero soprattutto del recupero della persona. La realtà però è ben diversa, servizi igienici carenti, assistenza sanitaria (medici e psicologi) insufficienti, sovraffollamento, vitto e alloggio precari. L’ha attestato un’inchiesta parlamentare condotta nel 2011 dall’attuale sindaco di Roma Ignazio Marino, in seguito alla quale nel 2012 è stata approvata dal Senato una legge che sanciva la chiusura degli Opg italiani entro marzo 2013. A seguito di due proroghe (una recentissima, che risale all’1 aprile di quest’anno) la nuova data prevista per la chiusura delle strutture è il 30 aprile 2015.

Chi lavora all’interno di questa realtà si mostra però parecchio titubante: mancano fondi e soluzioni alternative, non basta costruire altre strutture apponendovi una nuova sigla che non sarà più Opg ma Rems (Residenze per l’esecuzione della misura di sicurezza sanitaria).

Ci sarebbe bisogno di personale specializzato, di supporto per gli internati e per gli agenti carcerari ma soprattutto di attività ricreative come botanica o pittura, che a Secondigliano per esempio, hanno avuto un impatto molto positivo. Intanto si continuano a somministrare più volte al giorno pesanti psicofarmaci a tutti i detenuti-pazienti e continuano le proteste contro questo sistema malato, emblematico il caso di Marco Pannella che nonostante un intervento all’aorta ha voluto continuare il suo sciopero della fame e della sete, interrotto solo dopo una telefonata al Papa.

di Sarah Meraviglia

Roma, 28 aprile 2014

Carceri : Così l’Amministrazione Penitenziaria tenta di umanizzare i trasferimenti


Polizia Penitenziaria trasferimenti detenutiIn carcere sono tanti a domandarsi perché c’è voluta l’Europa, con le sue sentenze e la paura di risarcimenti colossali per le condizioni delle nostre galere, per costringere il nostro Paese a prendere misure per “umanizzare” la detenzione. Adesso però diventa fondamentale anche controllare che quelle misure vengano davvero applicate ovunque.

In particolare quelle sui trasferimenti, che per i detenuti sono da sempre un incubo: ora una recente circolare dell’Amministrazione penitenziaria dice che “deve essere assicurato, nella misura più ampia possibile, l’accoglimento delle istanze di trasferimento dei detenuti” e “pare congruo fissare un termine di sessanta giorni entro cui fornire una risposta al detenuto, che decorreranno dall’acquisizione da parte dell’Ufficio competente di tutti gli elementi necessari alla decisione”. Finalmente chi chiede di essere trasferito vicino alla famiglia potrà avere risposte rapide, e chi veniva trasferito invece contro la sua volontà potrà sperare di non dover più subire quegli odiati trasferimenti, di cui parlano le testimonianze di due detenuti che riportiamo.

Un inferno nuovo

Ritrovarsi rinchiuso in un furgone blindato alle 3-4 di mattina è una emozione che consiglierei a tutti coloro che decidono i trasferimenti di noi detenuti. Ovviamente c’è una provocazione dietro alle mie parole.

In tutti i miei anni di detenzione ho girato molte carceri e vedere spuntare, da quel piccolo spioncino arrugginito del cancello della tua cella, un agente penitenziario, con una piccola torcia per fare luce, puntartela sugli occhi e chiamare il tuo cognome con la classica formula: “Sciacca, Sciacca sveglia sei partente” e con le solite risposte: “ma come, dove mi portate?” oppure: “ma oggi faccio il colloquio, arrivano i miei famigliari”, è un ricordo che ancora mi terrorizza. Non esiste nessun modo in cui tu possa evitare un trasferimento, ti viene buttato lì, piomba sulla tua vita e su quella dei tuoi cari in maniera prepotente. Anche se io oggi ho intrapreso un percorso rieducativo nella redazione di Ristretti Orizzonti, questo non mi rende immune da un eventuale trasferimento, anche in questo istante che mi trovo di fronte al computer a scrivere questo articolo potrei essere chiamato “partente”.

Ora io potrei descrivere le condizioni pietose con cui vengono effettuati questi spostamenti, ma il mio scritto potrebbe risultare una lamentela, dunque voglio parlare solo dello sconforto che regna dentro a un detenuto al momento della partenza.

Una volta che ti hanno svegliato inizi ad andare alla ricerca dei classici sacchi neri grandi, quelli della spazzatura, e inizi a buttarci dentro tutte le tue cose personali, comprese le foto della tua famiglia. Nel frattempo il tuo cervello continuerà a chiedersi dove andrai. Inizierai a pregare che sia un posto a portata di mano per continuare a fare i colloqui con tuo figlio o con i tuoi genitori, ma in cuor tuo, vedendo fuori dalla finestra che il giorno è ancora molto distante, capisci che sarà un viaggio lungo. Sicuramente ti allontanerai dalla regione in cui ti trovi, ed è proprio in quel momento che ti fermi un secondo e inizi a pensare a come farai ad avvisare i tuoi cari. Oppure c’è lo scenario più brutto. Magari vieni trasferito proprio il giorno del colloquio. Questo vuol dire che tua moglie si presenterà con in braccio tuo figlio di fronte al grosso portone metallico del carcere, per farti il colloquio, ma riceverà un rifiuto da parte di un agente penitenziario con, anche qui, la classica formula: “Suo marito è stato trasferito”. “Ma dove?”. Ovviamente non le verrà detta la destinazione “per motivi di sicurezza”.

I finali di questi scenari sono gli stessi. Ti ritroverai giù nel magazzino a riempire due borse, tipo militare, con un limite sul peso di 8 chili. Ovviamente la priorità ce l’hanno tutti quegli oggetti personali, foto, lettere e piccoli regali che a volte hai il bisogno di guardare per ricordarti che sei un essere umano. Poi vengono tutti i documenti processuali e poi il resto. Sì ma il resto non ci sta. Dunque fai una selezione veloce, anzi molto veloce perché quella presenza oscura dell’agente penitenziario, che continua a incitarti a muoverti, rimbomba nel tuo cervello. Ok, ci siamo. Il resto dei tuoi vestiti arriverà a destinazione da solo, forse è per questo che lo riceverai dopo 4-5 mesi. Comunque eccolo lì il famoso furgone blindato.

Lo vedi già con le porte posteriori aperte, come se fosse un invito ad entrare nell’anticamera dell’inferno, ovviamente ammanettato. La sicurezza non è mai troppa. Sarà inutile sprecare fiato per chiedere la destinazione, non ti verrà mai detta. Io cercavo sempre di vedere attraverso dei quadratini di vetro blindato con un diametro di 20 centimetri, la segnaletica stradale, ma alla fine dopo vari tentativi rinunciavo e aspettavo che le porte dell’anticamera dell’inferno si aprissero per entrare nel mio nuovo inferno.

Lorenzo Sciacca

Pacchi umani

Penitenziaria - blindatoForse, non tutti sanno che un detenuto è spesso trattato come un pacco postale, io personalmente dal 2008 ad oggi ho fatto una ventina di trasferimenti, per processi in giro per l’Italia o trasferimenti cosiddetti “ministeriali”. Tranne per i primi tempi di carcerazione quando ho fatto transiti anche nelle carceri giù in Sicilia, mia terra d’origine, dove ho potuto fare qualche colloquio con i miei familiari e in particolar modo i miei due figli piccoli, poi mi hanno sballottato a destra e a sinistra per le carceri del Nord Italia.

Mi ricordo che quando ero libero, e vedevo quelle povere bestie che venivano trasportate in quei camion con le sponde alte, e le vedevo affacciare da quelle feritoie, dicevo tra me e me “ma guarda che trattamento disumano hanno quelle bestie!”, ma poi entrando in carcere mi sono ricreduto.

Le bestie vengono trasportate meglio di noi.

Intanto vorrei descrivere come sono fatti questi trasferimenti: vieni portato in angusti furgoni blindati dove all’interno ci sono delle piccole gabbie con dei seggiolini in plastica dura e queste gabbie sono rivestite da pannelli di ferro bucherellato e smaltato, a malapena riesci a starci dentro e non hai nemmeno dei finestrini da dove vedere le strade, e l’aria la respiri tramite una ventola posta sul tetto del furgone.

Nel trasferimento oltre allo stress ti aggiungono altre disumanizzazioni, che chiamano “sicurezza”, cioè essere ammanettato, come se uno potesse scappare da quella gabbia angusta, e con tutte quelle guardie armate.

Oggi posso dire che invidio tanto quelle bestie che vedevo per le strade trasportate in quei camion, almeno loro possono vedere, respirare aria naturale, non sono legate e possono fare i propri bisogni quando vogliono.

Io credo che ci possano essere dei modi per umanizzare questi trasferimenti, ma il primo è quello di farne meno possibile. Ognuno di noi detenuti dovrebbe stare nel carcere più vicino ai propri cari per poter fare i colloqui e poter crescere i propri figli, e per quel poco che ti permettono le nostre attuali leggi cercare di non rinunciare al ruolo di padre. Ma questo troppo spesso non succede.

Non voglio essere compatito e non voglio fare la vittima della situazione, ma credo che la società dovrebbe sapere cosa succede nelle nostre galere, il modo in cui veniamo trattati e spesso umiliati da questo sistema, e non credere tanto a quello che dicono i mass media. Vorrei che la società entrasse dentro per constatare che non siamo delle bestie feroci, e che vorremmo solo pagare per i nostri errori, ma avere quello di cui ha più bisogno un essere umano, cioè la dignità di uomini, e non di pacchi umani.

Luca Raimondo

Il Mattino di Padova, 28 aprile 2014

Carceri, a Giarre detenuto morto per “cause naturali” ? Indaga l’Autorità Giudiziaria


Carcere di Giarre 1”Non e’ un caso di cattiva sanita’ all’interno delle carceri”. Lo dice all’Adnkronos Maurizio Veneziano, Capo dell’Amministrazione Penitenziaria in Sicilia, in merito alla morte del giovane detenuto avvenuta venerdì nella casa circondariale di Giarre, in provincia di Catania. ”Il detenuto, Nicola Sparti, aveva 34 anni – spiega Veneziano – era alto 1 metro e 53 e pesava 140 kg. Aveva un ventilatore polmonare notturno, uno strumento meccanico. Quindi è infondato parlare dell’esaurimento dell’ossigeno di una bombola.

Era assistito ed e’ stato ricoverato piu’ volte in strutture sanitarie, per le gravi condizioni in cui versava”. ”Per due volte – spiega ancora il provveditore – il personale sanitario aveva certificato l’incompatibilita’ con il regime penitenziario, e per dopodomani era stata fissata l’udienza per la detenzione domiciliare. Il Tribunale di sorveglianza avrebbe valutato se concedere la misura alternativa alla detenzione per gravi motivi di salute vista l’incompatibilita’ certificata dai medici”. ”Previo nulla osta dell’Autorita’ Giudiziaria – conclude Veneziano – sara’ comunque avviata un’inchiesta interna, e relazionero’ al Dap”.

Palazzo di Giustizia CataniaSul caso la Procura della Repubblica di Catania in persona del Sostituto Procuratore Angelo Brugaletta, vuole vederci chiaro, per cui ha aperto un fascicolo, al momento senza indagati, per far luce sulla morte dell’uomo che, da tempo, era affetto da narcolessia con ricadute sul sistema cardiaco ed è stato trovato privo di vita nella sua cella da un Agente della Polizia Penitenziaria.

Il Magistrato ha già disposto l’esame autoptico sul corpo del detenuto, effettuato presso l’Obitorio dell’Ospedale Garibaldi di Catania. Secondo fonti investigative il decesso è legato un infarto.