Giustizia: il “lupo” e gli altri pazzi dell’ergastolo bianco, viaggio nell’Opg di Aversa


ERGASTOLO BIANCO, viaggio in un O.P.G. italianoUno ha ucciso, un altro è stato sorpreso a rubare una scarpa (“una sola, una pazzia” ripete al suo psichiatra), un senegalese che credeva di essere Gesù è stato giudicato non più pericoloso ed è rimasto dentro perché senza fissa dimora.

Il più anziano è stato internato all’età di 73 anni solo qualche settimana fa: una lite, degenerata, con un vicino di casa. Ma la storia che, chiuso dietro di sé il cancelletto della libertà, nessuno qui ignora e tutti temono è quella del lupo dell’Irpinia. Il veterano dei “fine pena mai”. Condannato al cosiddetto ergastolo bianco, che è stato abolito nel disegno di legge appena approvato al Senato.

Da 27 anni recluso nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa. Nel 1986 lo hanno arrestato per un reato che, se fosse stato detenuto in carcere, sarebbe già stato scontato. “E invece, ho perso i denti e pure le forze. Sono invecchiato. Mi so-no ammalato senza uscire mai”. Era giovane, ben piantato, con gli occhi chiari e i capelli fulvi. Quando l’ho incontrato, ha sorriso una volta sola nel ricordare il suo paese sulla collina: “C’è ancora casa mia laggiù…”.

Il lupo oggi è un uomo d’età indefinibile, con i capelli ancora fulvi ma bianchi e gli occhi profondi come insuperabili abissi. Il suo corpo è sempre avvolto in un giubbotto, però può uscire solo nel cortile. “Da 27 anni devo restare qui, se solo potessi me ne sarei già andato… Ma a casa mia, non in una comunità” precisa mentre uno spiraglio di libertà si apre.

“La norma introduce una innovazione molto importante: le misure di sicurezza nei confronti dell’autore di un reato bisognoso di cure psichiatriche non possono avere durata superiore a quella della pena a cui potrebbe essere condannato se fosse ritenuto imputabile”.

Significa dire basta all’internamento “prorogato per un numero indefinito di volte enorme fino a tradursi in una sorta di pena perpetua” annunciano tramite una notai senatori del Pd Luigi Manconi, presidente della commissione Diritti umani, e Sergio Lo Giudice, componente della commissione Giustizia.

Potrebbe uscire anche il siciliano con un curriculum criminale di livello che minaccia di fare lo sciopero della fame e della sete. “Ho già subito alcune proroghe della misura di sicurezza, oltre i termini della pena. Sono al limite della sopportazione”. Indossa una maglietta dell’Italia e scuote la testa: “Queste strutture sono degne di un Paese civile?” Maglia arancione, altro accento, il romano piange e urla: “Mia madre ha l’Alzheimer”. E un altro: “Che ho fatto io per stare qui, mi fate uscire?” chiede al medico come un disco rotto.

“Sconforto, sfiducia. Ho tentato più volte il suicidio: il dolore più acuto è non sapere se potrò mai ri-vedere l’unica figlia rimasta” dice un 37enne, scarpe senza lacci. Gli trema una gamba, è sinceramente commosso. Giudicato colpevole di un fatto atroce. Con le terapie oggi ha raggiunto un buon equilibrio. Ma può entrare nel futuro?

Il comandante facente funzioni della polizia penitenziaria di Aversa, Antonio Villano, spalanca le porte del teatro, anche chiesa per gli internati. Ma, secondo la norma originaria, gli Opg avrebbero già dovuto chiudere. E invece, 76 campani nel 2013 sono usciti, ma 107 sono entrati. Il Mattino ha consultato gli esperti che gestiscono il database regionale, chiamato Smop, unico in Italia, a distanza di un anno dall’annunciata chiusura delle sei strutture che nella penisola oggi contengono un migliaio di uomini e donne e avrebbero dovuto cessare le attività già il 31 marzo 2013. La data slittata ancora di 12 mesi.

“C’è stato invece un incremento degli ingressi soprattutto attraverso i trasferimenti dal carcere e su disposizione del gip, con una nuova tipologia di internati: più giovani, anche non socialmente pericolosi. Quanto sta accadendo può essere collegabile alle problematiche derivanti dal sovraffollamento negli istituti penitenziari. Ma cambierà tutto con i correttivi inseriti nel disegno di legge approvato al Senato” afferma Giuseppe Nese, psichiatria, coordinatore del gruppo regionale per il superamento degli Opg in Campania e componente del comitato in sede di conferenza unificata Stato-Regioni.

In tutt’Italia il numero di internati con misure di sicurezza provvisorie è aumentato: da 897 casi, nel 2012, a 933, nel 2013. “Per questo, è decisiva la modifica del codice penale: il ricorso all’Opg limitato come extrema ratio e l’internamento al massimo per 36 mesi, a differenza di quanto avviene ancora oggi” dice direttore della struttura di Aversa, Elisabetta Palmieri: “Senza disporre a monte percorsi di cura alternativi chiudere queste strutture sarebbe impossibile”.

opg-aversaDifatti, l’ultimo ad Aversa è stato trasferito il 13 aprile scorso. È un ragazzo di 30 anni che siede nel silenzio dell’infermeria. Testa quasi rasata, tuta grigia e l’occhio sanguinante. Racconta la sua esperienza di vita: “Ho studiato chimica all’università fino al terzo anno, poi ho fatto il barista, il muratore, il volontario della Protezione civile. Ho scritto anche a Grillo, già prima che fondasse il Movimento 5 stelle, per attuare il mio progetto. Lavorare tutti a cottimo, per dare a tutti più occasioni di emergere. L’alternativa, andare in Svezia: ho già chiesto i soldi a mia mamma”.

Un 53enne in tuta e ciabatte è rientrato dopo un periodo trascorso in comunità. Per un alterco. E il secondo l’altolà alla libertà disposto nel 2008. Conta i giorni: “Sono 24 anni e 7 mesi in Opg. Senza aver ammazzato nessuno”. Il suo mondo è rinchiuso in fondo a un corridoio bianco e giallo, reparto numero 8 dell’Opg di Aversa. Un biliardi-no e un lungo tavolo di arredo nel soggiorno, la cella con altri 3 uomini, il bagno è a vista per motivi di sicurezza e la parete senza specchi. Sul suo letto c’è una immagine di papa Francesco.

Saldato alla parete nella stanza, un televisione si spegne la sera al comando della polizia penitenziaria ed è l’unico modo per vedere cosa si muove fuori di qui. “Con le nuove norme, anche chi proviene da una famiglia disagiata e non ha una dimora dovrà essere preso in carico dai servizi sanitari territoriali” dice Nese. Ne è un esempio il giovane immigrato che, intanto, nella struttura si dà da fare come lavorante.

“A Torino c’è una ragazza che mi fa stringere il cuore” dice in francese portando una mano sul petto. Diversi sono dentro, invece, per stalking. “A volte non sì rendono nemmeno conto di avere una patologia” riferisce un medico. Ad Aversa il percorso di superamento dell’Opg è guidato dallo psichiatra Raffaello Iardo.

Un internato ha i capelli a caschetto, due maglioni di lana nonostante il sole. E un matrimonio tormentato alle spalle: ignora i provvedimenti in dirittura di arrivo in Parlamento. Chiede di lanciare un appello al ministro: “Ma lo sa come stanno le cose?”

L’alternativa al carcere, dopo gli Opg in Campania avrebbero dovuto essere 160 posti in 8 Rems, le strutture pubbliche previste dalla Regione. Un piano già definito da “sovradimensionato, dispendioso e non strutturato sui reali bisogni degli internati. Per ciascuno andrebbe formulato un progetto terapeutico-riabilitativo individualizzato, da parte dei dipartimenti di salute mentale di competenza territoriale, agganciando uno specifico finanziamento”.

Quanto ai posti ne basterebbero il 10% di quelli previsti: il monito lanciato da Emilio Lupo, segretario di Psichiatria Democratica, è confermato dall’elaborazione dello Smop secondo il disegno di legge approvato al Senato: “Su 121 solo 17 campani, teoricamente, dovrebbero ancora restare in Opg”.

Perché si può anche rubare una bottiglia di vino e guadagnare 100mila euro l’anno. E farlo 40 volte solo per il “gusto” di essere scoperti e quindi ritrovarsi nel castigo di Aversa.

“Mia moglie e mia figlia devono fare 5 ore di viaggio per incontrarmi, E un problema di umanità e pietà” dice un professionista dall’accento romano, pure internato per reati inconsistenti. “La prima regola che ho imparato in Opg è che quando prendi un cazzotto, devi stare zitto” confida il ragazzo dì 30 anni prima che la cancelletto si richiuda, dando una spiegazione a quell’occhio afflitto.

“Il disegno di legge fissa una scadenza: il 15 giugno per elaborare i progetti personalizzati per tutti gli internati” riepiloga Nese mentre quegli sguardi già salutati, d’improvviso, tornano a non essere più muti.

Vivere in ritardo sui propri giorni può significare anche sentirsi “fuori tempo per uscire”. Fa paura anche agli altri e a se stesso questa storia del lupo dell’Irpinia. “Si, sono solitario per natura e vorrei tanto andare a casa mia. Ma, fuori di qui dopo 27 anni, chi si prenderà cura di me?”.

di Maria Pirro

Il Mattino, 25 aprile 2014

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