I diritti dell’uomo e le sanzioni da “record” comminate all’Italia da Strasburgo


Corte Europea Diritti dell'UomoLa Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha pubblicato il Rapporto annuale del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa, che riassume l’andamento dell’esecuzione delle sentenze della Corte Europea (anno 2013). Le statistiche confermano un andamento positivo rispetto al 2011 e al 2012, ma per quanto riguarda il “caso Italia” vengono riconfermati i suoi primati negativi.

Un primato di violazione, quello dell’Italia, che si riconferma al primo posto tra tutti i 45 Stati Membri del Consiglio d’Europa come Paese che ha dovuto pagare la cifra più intensa di indennizzi per rimediare alle violazioni dei diritti umani accertate dalla Corte nel corso dell’anno 2013. Nonostante la diminuzione delle multe e sanzioni pagate rispetto al 2012, l’Italia risulta ugualmente la nazione con il maggior ammontare di indennizzi rispetto agli altri Paesi membri del Consiglio d’Europa. L’Italia resta al primo posto anche per il numero di casi pendenti presso la Corte, distanziando la Turchia e la Russia.

Tra le violazioni alla dignità e ai diritti dell’uomo maggiormente riscontrate nel nostro Paese vi sono le condizioni derivanti dal sovraffollamento degli istituti penitenziari, questione per cui lo Stato italiano è sottoposto a speciale osservazione e monitoraggio da parte del Comitato dei Ministri e per cui il Governo dovrà proporre delle valide soluzioni entro il 28 maggio prossimo. Una violazione ripresa del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, con un messaggio alle Camere dell’8 ottobre del 2013. Il capo dello Stato dichiarò: “Non c’è da perdere nemmeno un giorno”. E, invece, sono stati persi mesi, anni, vite umane straziate a migliaia, come denuncia il Partito Radicale. Una sofferenza inflitta per mano dello Stato che fa strame di leggi il cui rispetto è obbligato, leggi riguardanti i Diritti Umani fondamentali e le libertà individuali, scritte nella Costituzione italiana, nella Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.

di Domenico Letizia

L’Opinione, 23 aprile 2014

Detenuto attende cure per 30 mesi, la Corte dei Diritti Umani condanna l’Italia


Corte Europea Diritti dell'UomoEnnesima condanna per l’Italia a causa delle condizioni carcerarie dei detenuti. L’ultima sentenza in ordine di tempo è di ieri – la numero 73869/10 – per la violazione dell’articolo 3 del la Convenzione europea dei diritti dell’uomo (Cedu), a causa del ritardo nella prestazione di cure adeguate alla stato di salute di un carcerato. Al quale, entro tre mesi, quando la sentenza sarà definitiva se lo Stato italiano non farà ricorso, l’Italia dovrà versare 25mila euro (richiesti 10mila in più). Non è invece stato violato l’articolo 3 nella parte in cui parla di sovraffollamento.

Ecco i fatti. Il ricorrente, nato nel 1972, è attualmente detenuto nel penitenziario di Bellizzi Irpino (Avellino). Quando era recluso nel 2007 nel carcere di Larino, in Molise, aveva subito un intervento chirurgico per emorroidi e, a seguito dell’operazione e della patologia, avrebbe dovuto avere una cella singola dotata dì servizi igienici e possibilità di lavaggio quotidiano.

Era invece finito in una cella con altri sei detenuti (il governo parla di quattro) perché una volta in carcere il medico lo aveva considerato sano.

Poi, nel novembre 2009 era stato trasferito “per motivi medici” in una cella condivisa con un altro detenuto, dotata solo di servizi igienici. Nello stesso mese aveva tentato il suicidio, motivato anche da una situazione di imbarazzo per le sue condizioni di salute.

Poi nel luglio 2010 dopo un trasferimento nel carcere di Spoleto si era registrato un altro tentativo di suicidio. Per, tornare, infine, a Bellizzi Irpino. Il detenuto anni fa aveva anche chiesto, invano, la detenzione domiciliare per le sue condizioni di salute.

La Corte Edu non ha tenuto conto delle motivazioni dell’Italia e ha ritenuto che le condizioni umane di detenzione del carcerato, quando malato, non siano state garantite, condannando lo Stato italiano. In particolare perché ha impiegato più di due anni e nove mesi tra il primo tentativo di suicidio e l’inizio del ciclo di riabilitazione che poteva finalmente risolvere i problemi ricorrenti d’incontinenza (23 agosto 2012).

La situazione generale

Entro il 28 maggio l’Italia si dovrà mettere in regola con la condizione carceraria per evitare il rischio di un vero e proprio salasso, ovvero risarcimenti tra i 50 e i 100 milioni di euro l’anno ai detenuti potenzialmente vittime di una detenzione inumana e degradante.

La fama negativa dell’Italia sul fronte delle patrie galere è tale che l’Inghilterra ha bloccato l’estradizione dì un condannato, mettendoci nella lista degli “Stati canaglia” per la condizione delle carceri. A Strasburgo, sede della Corte Edu – dove il ministro della giustizia Andrea Orlando dovrebbe tornare nei prossimi giorni, sono giacenti circa 3mila ricorsi. A novembre 2013 in Italia i detenuti erano 64.564 (69mila nel 2010, prima condanna dell’Italia) mentre a fine marzo sono scesi a 60.800.

di Enrico Bronzo

Il Sole 24 Ore, 23 aprile 2014

Giustizia: Bernardini (Radicali); lo Stato smetta di essere criminale nei confronti suoi cittadini


Rita Bernardini ha qualcosa da dire al Ministro Andrea Orlando, titolare del dicastero della giustizia, che oggi, in audizione al Senato chiede di evitare “contrasti ideologici” che “rischiano di porre un freno al percorso positivo” intrapreso negli ultimi tempi per risolvere il sovraffollamento carcerario.

“No, Ministro Orlando, proprio non ci siamo” scrive Bernardini su Facebook. “Prosegue la lotta nonviolenta di Marco Pannella (attualmente ricoverato in ospedale dopo il delicato intervento a cui è stato sottoposto n.d.r.) e dei Radicali affinché lo Stato la smetta di essere criminale nei confronti dei suoi cittadini. Sei tu “ideologico” se ritieni secondario il rispetto delle leggi”.

Per il guardasigilli “la polemica politica non deve porre in contrapposizione le misure” adottate, dal rimpatrio di detenuti stranieri affinché scontino la pena nel Paese di origine, alla depenalizzazione, fino alle misure alternative al carcere, poiché i vari provvedimenti, spiega il ministro, “sono potenzialmente integrabili”. Orlando aveva anche sottolineato come in tema di sovraffollamento carcerario, i risultati ottenuti finora “sono importanti, ma non sono risolutivi: diminuiscono i flussi medi di ingresso, sono scesi a circa 10mila i detenuti in attesa di primo giudizio, che, allo scorso dicembre, erano 21mila, e salgono a 29mila i detenuti che hanno ottenuto i domiciliari. Tutto questo, va bene ma non basta. Occorre ripensare un modello penitenziario per maggiore efficienza e piu” tutela della dignita” della persona”.

Ma quando Orlando spiega che “Le emergenze vanno affrontate come condizioni preliminari, poi a giugno faremo una riforma complessiva” e che “Va fatta una bonifica preliminare del campo – ha aggiunto – altrimenti non e” possibile giocare una partita” trova di nuovo la Bernardini in dissenso: “Nella Costituzione italiana c’è scritto amnistia (e indulto) [articolo 79], non “bonifica”.

http://www.clandestinoweb.com, 24 aprile 2014

Giustizia: il “lupo” e gli altri pazzi dell’ergastolo bianco, viaggio nell’Opg di Aversa


ERGASTOLO BIANCO, viaggio in un O.P.G. italianoUno ha ucciso, un altro è stato sorpreso a rubare una scarpa (“una sola, una pazzia” ripete al suo psichiatra), un senegalese che credeva di essere Gesù è stato giudicato non più pericoloso ed è rimasto dentro perché senza fissa dimora.

Il più anziano è stato internato all’età di 73 anni solo qualche settimana fa: una lite, degenerata, con un vicino di casa. Ma la storia che, chiuso dietro di sé il cancelletto della libertà, nessuno qui ignora e tutti temono è quella del lupo dell’Irpinia. Il veterano dei “fine pena mai”. Condannato al cosiddetto ergastolo bianco, che è stato abolito nel disegno di legge appena approvato al Senato.

Da 27 anni recluso nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa. Nel 1986 lo hanno arrestato per un reato che, se fosse stato detenuto in carcere, sarebbe già stato scontato. “E invece, ho perso i denti e pure le forze. Sono invecchiato. Mi so-no ammalato senza uscire mai”. Era giovane, ben piantato, con gli occhi chiari e i capelli fulvi. Quando l’ho incontrato, ha sorriso una volta sola nel ricordare il suo paese sulla collina: “C’è ancora casa mia laggiù…”.

Il lupo oggi è un uomo d’età indefinibile, con i capelli ancora fulvi ma bianchi e gli occhi profondi come insuperabili abissi. Il suo corpo è sempre avvolto in un giubbotto, però può uscire solo nel cortile. “Da 27 anni devo restare qui, se solo potessi me ne sarei già andato… Ma a casa mia, non in una comunità” precisa mentre uno spiraglio di libertà si apre.

“La norma introduce una innovazione molto importante: le misure di sicurezza nei confronti dell’autore di un reato bisognoso di cure psichiatriche non possono avere durata superiore a quella della pena a cui potrebbe essere condannato se fosse ritenuto imputabile”.

Significa dire basta all’internamento “prorogato per un numero indefinito di volte enorme fino a tradursi in una sorta di pena perpetua” annunciano tramite una notai senatori del Pd Luigi Manconi, presidente della commissione Diritti umani, e Sergio Lo Giudice, componente della commissione Giustizia.

Potrebbe uscire anche il siciliano con un curriculum criminale di livello che minaccia di fare lo sciopero della fame e della sete. “Ho già subito alcune proroghe della misura di sicurezza, oltre i termini della pena. Sono al limite della sopportazione”. Indossa una maglietta dell’Italia e scuote la testa: “Queste strutture sono degne di un Paese civile?” Maglia arancione, altro accento, il romano piange e urla: “Mia madre ha l’Alzheimer”. E un altro: “Che ho fatto io per stare qui, mi fate uscire?” chiede al medico come un disco rotto.

“Sconforto, sfiducia. Ho tentato più volte il suicidio: il dolore più acuto è non sapere se potrò mai ri-vedere l’unica figlia rimasta” dice un 37enne, scarpe senza lacci. Gli trema una gamba, è sinceramente commosso. Giudicato colpevole di un fatto atroce. Con le terapie oggi ha raggiunto un buon equilibrio. Ma può entrare nel futuro?

Il comandante facente funzioni della polizia penitenziaria di Aversa, Antonio Villano, spalanca le porte del teatro, anche chiesa per gli internati. Ma, secondo la norma originaria, gli Opg avrebbero già dovuto chiudere. E invece, 76 campani nel 2013 sono usciti, ma 107 sono entrati. Il Mattino ha consultato gli esperti che gestiscono il database regionale, chiamato Smop, unico in Italia, a distanza di un anno dall’annunciata chiusura delle sei strutture che nella penisola oggi contengono un migliaio di uomini e donne e avrebbero dovuto cessare le attività già il 31 marzo 2013. La data slittata ancora di 12 mesi.

“C’è stato invece un incremento degli ingressi soprattutto attraverso i trasferimenti dal carcere e su disposizione del gip, con una nuova tipologia di internati: più giovani, anche non socialmente pericolosi. Quanto sta accadendo può essere collegabile alle problematiche derivanti dal sovraffollamento negli istituti penitenziari. Ma cambierà tutto con i correttivi inseriti nel disegno di legge approvato al Senato” afferma Giuseppe Nese, psichiatria, coordinatore del gruppo regionale per il superamento degli Opg in Campania e componente del comitato in sede di conferenza unificata Stato-Regioni.

In tutt’Italia il numero di internati con misure di sicurezza provvisorie è aumentato: da 897 casi, nel 2012, a 933, nel 2013. “Per questo, è decisiva la modifica del codice penale: il ricorso all’Opg limitato come extrema ratio e l’internamento al massimo per 36 mesi, a differenza di quanto avviene ancora oggi” dice direttore della struttura di Aversa, Elisabetta Palmieri: “Senza disporre a monte percorsi di cura alternativi chiudere queste strutture sarebbe impossibile”.

opg-aversaDifatti, l’ultimo ad Aversa è stato trasferito il 13 aprile scorso. È un ragazzo di 30 anni che siede nel silenzio dell’infermeria. Testa quasi rasata, tuta grigia e l’occhio sanguinante. Racconta la sua esperienza di vita: “Ho studiato chimica all’università fino al terzo anno, poi ho fatto il barista, il muratore, il volontario della Protezione civile. Ho scritto anche a Grillo, già prima che fondasse il Movimento 5 stelle, per attuare il mio progetto. Lavorare tutti a cottimo, per dare a tutti più occasioni di emergere. L’alternativa, andare in Svezia: ho già chiesto i soldi a mia mamma”.

Un 53enne in tuta e ciabatte è rientrato dopo un periodo trascorso in comunità. Per un alterco. E il secondo l’altolà alla libertà disposto nel 2008. Conta i giorni: “Sono 24 anni e 7 mesi in Opg. Senza aver ammazzato nessuno”. Il suo mondo è rinchiuso in fondo a un corridoio bianco e giallo, reparto numero 8 dell’Opg di Aversa. Un biliardi-no e un lungo tavolo di arredo nel soggiorno, la cella con altri 3 uomini, il bagno è a vista per motivi di sicurezza e la parete senza specchi. Sul suo letto c’è una immagine di papa Francesco.

Saldato alla parete nella stanza, un televisione si spegne la sera al comando della polizia penitenziaria ed è l’unico modo per vedere cosa si muove fuori di qui. “Con le nuove norme, anche chi proviene da una famiglia disagiata e non ha una dimora dovrà essere preso in carico dai servizi sanitari territoriali” dice Nese. Ne è un esempio il giovane immigrato che, intanto, nella struttura si dà da fare come lavorante.

“A Torino c’è una ragazza che mi fa stringere il cuore” dice in francese portando una mano sul petto. Diversi sono dentro, invece, per stalking. “A volte non sì rendono nemmeno conto di avere una patologia” riferisce un medico. Ad Aversa il percorso di superamento dell’Opg è guidato dallo psichiatra Raffaello Iardo.

Un internato ha i capelli a caschetto, due maglioni di lana nonostante il sole. E un matrimonio tormentato alle spalle: ignora i provvedimenti in dirittura di arrivo in Parlamento. Chiede di lanciare un appello al ministro: “Ma lo sa come stanno le cose?”

L’alternativa al carcere, dopo gli Opg in Campania avrebbero dovuto essere 160 posti in 8 Rems, le strutture pubbliche previste dalla Regione. Un piano già definito da “sovradimensionato, dispendioso e non strutturato sui reali bisogni degli internati. Per ciascuno andrebbe formulato un progetto terapeutico-riabilitativo individualizzato, da parte dei dipartimenti di salute mentale di competenza territoriale, agganciando uno specifico finanziamento”.

Quanto ai posti ne basterebbero il 10% di quelli previsti: il monito lanciato da Emilio Lupo, segretario di Psichiatria Democratica, è confermato dall’elaborazione dello Smop secondo il disegno di legge approvato al Senato: “Su 121 solo 17 campani, teoricamente, dovrebbero ancora restare in Opg”.

Perché si può anche rubare una bottiglia di vino e guadagnare 100mila euro l’anno. E farlo 40 volte solo per il “gusto” di essere scoperti e quindi ritrovarsi nel castigo di Aversa.

“Mia moglie e mia figlia devono fare 5 ore di viaggio per incontrarmi, E un problema di umanità e pietà” dice un professionista dall’accento romano, pure internato per reati inconsistenti. “La prima regola che ho imparato in Opg è che quando prendi un cazzotto, devi stare zitto” confida il ragazzo dì 30 anni prima che la cancelletto si richiuda, dando una spiegazione a quell’occhio afflitto.

“Il disegno di legge fissa una scadenza: il 15 giugno per elaborare i progetti personalizzati per tutti gli internati” riepiloga Nese mentre quegli sguardi già salutati, d’improvviso, tornano a non essere più muti.

Vivere in ritardo sui propri giorni può significare anche sentirsi “fuori tempo per uscire”. Fa paura anche agli altri e a se stesso questa storia del lupo dell’Irpinia. “Si, sono solitario per natura e vorrei tanto andare a casa mia. Ma, fuori di qui dopo 27 anni, chi si prenderà cura di me?”.

di Maria Pirro

Il Mattino, 25 aprile 2014

Giustizia: nell’Opg di Castiglione delle Stiviere, tra gli ultimi “detenuti-malati”


OPGLi chiamano ergastoli bianchi, anche quando non durano una vita. A Castiglione c’è un ospite – che è sempre il modo più pietoso di chiamare i reclusi – rinchiuso da un quarto di secolo. C’è Christian, che non dovrebbe stare qui: ha una disabilità mentale, ma i servizi sociali del suo comune non se ne vogliono fare carico.

C’è Moses, giovane ghanese arrivato a Lampedusa sui barconi, per due anni in campo profughi a Torino e adesso qui, perché un ordinamento storto e barocco non sa dove mandarlo. Castiglione delle Stiviere è un ospedale psichiatrico giudiziario unico nel suo genere, in Italia. Qui non ci sono agenti di polizia penitenziaria, alte mura, fortini di vedetta, ma medici, infermieri, assistenti sociali e cancelli, alti e solidi, che permettono di vedere il mondo fuori, quella campagna mantovana punteggiata di piccole aziende, di vita vera. L’ultima rilevazione sulle presenze racconta di 291 ospiti per una capienza ufficiale di 190 posti: 199 uomini, per la maggior parte lombardi, 92 donne che arrivano da tutta Italia, perché tra le particolarità di Castiglione c’è anche quella di essere l’unica struttura con un reparto femminile.

È impietosa l’analisi di chi ci lavora: “In una società in crisi, quando le risorse per il welfare sono sempre meno, luoghi come l’Opg o il carcere finiscono per essere l’ultima spiaggia. Molte persone sono qui perché il territorio ha fallito o perché sul territorio non si è investito”, dice Gianfranco Rivellini, responsabile della sezione femminile.

E Cesare Maria Cornaggia, psichiatra che qui segue molti casi: “Gli Opg verranno superati soltanto quando ci sarà la riforma del codice penale e del concetto di pericolosità sociale”. Lo dicono, i medici di Castiglione, con la forza dei numeri: 220 delle persone attualmente ospitate non hanno avuto dal giudice la proroga della misura di sicurezza, la durata media della permanenza è scesa dai 4,9 anni del 2001 ai 2,8 di oggi e, soprattutto, la reiterazione del reato, per chi esce, è bassissima.

Merito del modello Castiglione, oltre che di una nuova e timida disponibilità da parte di alcune regioni e alcuni comuni di farsi carico delle situazioni in uscita. Qui non si fa la valutazione clinica del malato-detenuto limitata al momento in cui ha commesso il reato, quello in cui era secondo la legge incapace di intendere e volere.

Si ricostruisce il suo percorso, si cerca di capire quando e se è pronto a tornare nel mondo, prima in una comunità e poi – nei casi migliori – con una casa e un lavoro in autonomia. Sempre che il mondo sia pronto, e qui si torna allo sforzo culturale. “Chi è fuori si chiede: se quella persona ha ucciso una volta, non potrebbe rifarlo? Perché devo rischiare io di avere a che fare con lui?

Su questo bisogna lavorare”: Andrea Pinotti dirige da poche settimane Castiglione, ma era già qui anni fa, quando passavano ospiti come Pietro Carretta, l’infermiera killer Sonya Caleffi, le tante mamme che ammazzavano (e continuano ad ammazzare) i loro bambini. Quasi mai i neonati, dicono le statistiche: ma i bimbi appena più grandi, nel momento in cui iniziano ad avere una loro autonomia. È allora che, nella testa di quelle mamme, qualcosa – ma qualcosa che c’era già – si rompe.

Per ognuna e ognuno di loro c’è un percorso di cura personalizzato, con qualche passaggio comune: trattamento farmacologico, misure contenitive nelle fasi di violenza, controllo costante quando c’è il rischio suicidio, “quando il malato prende coscienza di quello che ha fatto”, conferma Pinotti. Nei casi migliori c’è anche un altro passaggio chiave: la richiesta di andare a vedere la tomba della persona uccisa, o il luogo in cui è avvenuto l’omicidio. Lo fanno soprattutto le mamme, con i loro bimbi.

OPG Castiglione delle StiviereA camminare per i viali della struttura – tra edifici puliti, campetto da calcio, piscina, laboratori, palestra, bar, biblioteca – c’è da pensare che tra stare qui e stare in carcere la scelta verrebbe ovvia a chiunque. E invece Omar, arrestato per furto e portato qui perché ha dato in escandescenza, non ha dubbi: “Io voglio andare in carcere, non stare qui con i matti”. Nessuno qui dentro – ed è forse una premessa scontata – si considera matto.

C’è chi parla di errore, chi di un momento di crisi, chi dà la colpa alla droga e chi a una delusione, per il reato commesso, che si parli di omicidio (uno su quattro è qui perché l’ha commesso o l’ha tentato) o di stalking. Anna – a Castiglione da sei mesi proprio per quest’ultimo motivo, ma candidata a tornare presto nel mondo – lo chiama “un momento di debolezza, che ha reso la vita difficile a me stessa, non solo agli altri”. Un buco nero che l’ha portata a una convivenza forzata e non sempre piacevole, in cui anche le relazioni fisiche e affettive sono amplificate e dove ogni momento può scoppiare una lite. Per una sigaretta, per un caffè, o per chi spera e sogna di uscire prima.

di Oriana Liso

La Repubblica, 25 aprile 2014

Giustizia: Pannella (Radicali): le carceri sono troppo disumane, un’amnistia è necessaria


Marco_Pannella3Nella sua prima conferenza stampa in collegamento televisivo dopo l’operazione all’aorta, Marco Pannella ha rilanciato la battaglia dei Radicali per una giustizia più giusta e per l’amnistia che “alleggerirebbe la disumana situazione carceraria”. Insieme a Rita Bernardini, segretario del movimento, ha ricordato come l’Unione Europea abbia condannato lo Stato italiano innumerevoli volte imponendo anche il risarcimento dei danni ai detenuti.

“Questa situazione è inaccettabile – ha detto Pannella – dovrebbe essere giudicata dal Tribunale di Norimberga”. Ma poi si è subito corretto: “Quella era la giustizia dei vincitori contro i vinti. Noi non abbandoneremo mai i principi dello Stato di diritto”. Nella sua diretta tv di circa un’ora Pannella ha ringraziato nuovamente Giorgio Napolitano per il suo messaggio alle Camere su giustizia e carceri.

E si è rivolto anche a Papa Francesco: “Santità, o subito o mai più”, ha detto riferendosi ancora all’amnistia e ricordando che al Quirinale c’è un presidente molto attento a questi problemi”. In un passaggio della conferenza ha parlato anche del “velocissimo Matteo Renzi”, accusandolo di non voler “dare spazio alla questione del finanziamento pubblico, come aveva promesso, dopo che i Radicali nel 1992 hanno vinto un referendum per l’abrogazione totale”.

Pannella in ospedale fa lo sciopero della sete

“È venuto a trovarmi Marino e mi ha fregato, ha visto le labbra e ha capito. Poi ci siamo sentiti con Napolitano, lo ringrazio”. Il leader storico del radicali italiani, Marco Pannella, ricoverato al Policlinico Gemelli per un intervento all’aorta, è in sciopero della sete per protestare contro la condizione delle carceri italiane. Lo ha rivelato lo stesso Pannella ieri sera in un collegamento telefonico con Radio radicale. “È venuto a trovarmi il sindaco di Roma Marino – ha raccontato – e appena mi ha visto, siccome è medico, mi ha fregato. Mi ha chiesto se stessi facendo lo sciopero della sete, ha visto le mie labbra, la mia bocca e ha tratto la conclusione”.

Pannella ha anche rivelato che il primo cittadino della Capitale ha quindi informato il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, della decisione di Pannella. “Ci siamo sentiti – ha detto Pannella – ho ringraziato il Presidente, gli ho detto quello che penso, che non bisogna rassegnarsi a vedere cadere sul nostro stato un’infamia come quella tedesca degli anni 30 e 40” a causa della condizione delle carceri. “Ho ringraziato Napolitano”.

Perduca (Radicali): se parlamentari vogliono onorare Pannella adottino amnistia

“Se proprio in #opencamera e #opensenato c’è qualcuno che vuole onorare @MarcoPannella adotti #amnistia, non promuova seggi a vita”. Lo scrive su Twitter Marco Perduca, ex senatore radicale (eletto nelle fila del Pd) e co-vicepresidente del senato del Partito radicale nonviolento transnazionale e transpartito.

Giustizia: Orlando ha depositato a Strasburgo il piano per sconfiggere il sovraffollamento


Andrea Orlando Ministro Giustizia

– VEDI IL PIANO DEL GOVERNO (PDF)

In vista della scadenza il prossimo 27 maggio della sentenza Torreggiani, con cui la Corte europea dei diritti umani ha condannato l’Italia per il sovraffollamento delle carceri, il ministero della Giustizia ha depositato a Strasburgo il suo piano d’azione.

Il programma, contenuto in 11 pagine, espone tutte le misure prese, e in via di attuazione, per assicurare che ogni detenuto abbia almeno tre metri quadrati a disposizione in cella, e che quindi l’Italia non sia più condannata per aver sottoposto i carcerati a trattamento inumano e degradante. Nel documento sono presentate le leggi introdotte e in via di approvazione, i dati sulla popolazione carceraria, sulla capienza delle carceri, e sul sovraffollamento, il piano di costruzione e di ristrutturazione degli istituti di pena, oltre che le iniziative prese per migliorare la qualità di vita dei detenuti. Nel documento il governo si impegna inoltre a introdurre un sistema per compensare chi ha sofferto a causa del sovraffollamento.

Entro maggio nessun detenuto sotto 3 metri

Entro la fine di maggio i detenuti italiani avranno almeno 3 metri quadrati a disposizione nella cella che occupano. Questo è quanto viene asserito nel documento che contiene il piano d’azione anti sovraffollamento che il ministero della giustizia ha depositato al Consiglio d’Europa in vista della scadenza, il 27 maggio prossimo, della sentenza Torreggiani.

Nel piano d’azione il ministero afferma che entro quella scadenza “non ci sarà alcun istituto di detenzione che presenti situazioni tali da portare a un’automatica violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti umani a causa dell’indisponibilità di almeno 3 metri quadrati di spazio vitale per detenuto”.

E ove questo non dovesse essere vero, si tratterebbe di “situazioni non permanenti, e piuttosto eccezionali comparate alla totale popolazione carceraria di 60mila detenuti” e contro cui il detenuto potrebbe far intervenire il giudice di sorveglianza. Il ministero fornisce infine una serie di dati sul sovraffollamento nelle carceri: il 21 marzo scorso c’erano 1.972 detenuti che avevano meno di 3 metri quadri, mentre erano “sicuramente più di 10mila quando l’Italia è stata condannata con la Torreggiani”.

Lavorare su sviluppo pene alternative

“Non è un problema di risorse. Il sistema è tornato sotto controllo grazie a una serie di interventi del Parlamento, attualmente si è stabilizzato poco sopra i 60mila detenuti, a fronte di una disponibilità che però resta ancora inadeguata”. È quanto ha detto il ministro della Giustizia Andrea Orlando sul sovraffollamento delle carceri a margine delle celebrazioni del 25 aprile. “Bisogna lavorare sullo sviluppo delle pene alternative: nel resto d’Europa il carcere non è l’unica soluzione, ce ne sono altre più efficaci e più convenienti per la comunità”, ha osservato.

Secondo Orlando si possono si possono percorrere anche altre strade come “gli accordi con le Regioni per trasferire i detenuti tossicodipendenti in comunità, o attuare gli accordi con gli altri Paesi perché i detenuti finiscano di scontare la pena nei loro paesi d’origine”. “I detenuti di origine comunitaria nelle carceri italiane sono 4500”, ha sottolineato il titolare della Giustizia.

Indennizzo vittime sovraffollamento

L’Italia potrebbe avere presto un sistema per indennizzare i detenuti vittime del sovraffollamento. Nel documento presentato a Strasburgo dal ministero della giustizia si legge che “il governo s’impegna a intervenire per definire” tale sistema: le misure saranno “soprattutto compensatorie, proporzionate al periodo che il carcerato ha trascorso” in condizioni che violano l’art.3 della Convenzione europea dei diritti umani. “La procedura”, si legge nel testo depositato “sarà contenuta in un provvedimento che è in fase di adozione”.

Le misure riguardano la violazione dell’art. 3 della Convenzione europea dei diritti umani: in altre parole sono destinate a chi abbiano trascorso un certo tempo in una cella con meno di 3 metri quadrati a disposizione. L’Italia, si legge nel piano, ha invece già introdotto, come richiesto dalla Corte di Strasburgo nella sentenza Torreggiani, l’altro rimedio contro il sovraffollamento, quello preventivo, con la legge 10/2014 e il nuovo articolo 35 bis del codice penitenziario.

La legge permette ai detenuti di ricorrere al giudice di sorveglianza per denunciare le condizioni di detenzione, mentre il nuovo articolo del codice penitenziario conferisce al giudice il potere di ordinare alle strutture carcerarie di attuare tutte le misure per mettere fine alla violazione dei diritti del detenuto. “I primi ricorsi sono stati già presentati e il Governo sta monitorando la loro efficacia” si legge nel documento in cui viene sottolineato “che il numero di tali ricorsi è destinato sicuramente ad aumentare in futuro, anche grazie alle campagne d’informazione che l’amministrazione desidera incoraggiare”.