Giustizia: altri 2 morti in carcere negli ultimi 4 giorni, entrambi avevano solo 37 anni


Radio CarcereDal 4 all’8 aprile sono morte nelle carceri italiane ben due persone. Un detenuto è deceduto nel carcere di Civitavecchia, mentre un altro è morto nel carcere Pagliarelli di Palermo. Salgono così a 39 le persone detenute morte nei primi 4 mesi del 2014, tra cui ben 11 sono stati i suicidi. 39 detenuti morti in meno di 4 mesi ovvero una media di 10 decessi al mese.

Civitavecchia, venerdì 4 aprile. Fabio Giannotta, di 37 anni, muore intorno alle 10 e 30 nella sua cella del carcere di Civitavecchia. Fabio Giannotta, che era detenuto dall’ottobre del 2012, non godeva certo di buona salute. Da quanto si è appreso pare che era in grave sotto peso, soffriva di disturbi mentali tanto che assumeva degli psicofarmaci ed era anche tossicodipendente e attendeva di essere trasferito in una comunità terapeutica… domani si svolgeranno i funerali, mentre è stata già disposta l’autopsia.

Palermo, martedì 8 aprile. Vito Bonanno, di 37 anni, muore nel carcere Pagliarelli di Palermo. Laconico e generico il certificato della morte: arresto cardio circolatorio, mentre val la pena di precisare che Vito Bonanno era detenuto in attesa di I giudizio…era quindi presunto non colpevole.

Morale sale a 39 il numero delle persone detenute morte nei primi 4 mesi del 2014, tra cui ben 11 sono stati i suicidi. 39 detenuti morti in meno di 4 mesi ovvero una media di 10 decessi al mese.

di Riccardo Arena, Direttore di Radio Carcere 

http://www.radiocarcere.com, 9 aprile 2014

Detenuto si impiccò a San Vittore, condannata ad 8 mesi la Psicologa. “Non valutò rischi del suicidio”


Casa Circondariale San Vittore Milano

MILANO – Una psicologa che era in servizio nel carcere di San Vittore è stata condannata dal Tribunale di Milano a otto mesi di reclusione per omicidio colposo in relazione al suicidio di un detenuto di 28 anni,Luca Campanale, che si impiccò nella cella nell’agosto del 2009.
La psicologa, Roberta De Simone, secondo l’accusa avrebbe sottovalutato “il rischio suicidiario” del giovane, che aveva già provato a uccidersi otto volte. Il ministero della Giustizia è stato condannato a versare ai familiari 529mila euro di risarcimento provvisionale. 

ASSOLTA LA PSICHIATRA
Per cooperazione in omicidio colposo, assieme alla psicologa era imputata anche una psichiatra in servizio presso il carcere, che è stata assolta perché il “fatto non costituisce reato” con la formula che ricalca quella della vecchia insufficienza di prove. Il giudice della nona sezione penale del tribunale milanese, Fabio Roia, ha condannato invece la psicologa a otto mesi (pena sospesa e non menzione della pena) con le attenuanti generiche. Condannata anche a versare in solido con il ministero della Giustizia un risarcimento a titolo di provvisionale (per quantificare il risarcimento servirà una causa civile) di oltre 500mila euro a favore dei familiari di Campanale (i genitori e i due fratelli). 

“COLPOSAMENTE SOTTOVALUTATO IL GIOVANE” Secondo l’accusa, rappresentata dal pm Silvia Perrucci, la psicologa avrebbe “colposamente” sottovalutato che il giovane era una “persona incapace di provvedere a se stessa a causa dei disturbi psichici dei quali era affetto”. Avrebbe anche sottovalutato la “storia clinica del detenuto” e quello che era stato definito già nel giugno del 2009 da due psichiatri, quando l’uomo era detenuto a Pavia, come un “ben evidente quadro psicotico persecutorio”. Tanto che fra il maggio e il 9 agosto del 2009 il giovane aveva provato a suicidarsi ben otto volte.

L’UOMO SI E’ IMPICCATO NELL’AGOSTO 2009
Malgrado ciò, quando Campanale era stato trasferito da Pavia a San Vittore, il 30 luglio 2009, proprio per essere meglio seguito e monitorato, la psicologa non aveva adottato, secondo il pm, «le doverose misure medico-sanitarie e di controllo carcerario necessarie e sufficienti a tutelare la salute psicofisica del paziente e a prevenire gesti autolesionistici».
Aveva sottoposto il giovane «a due soli colloqui psicologici» e poi aveva firmato «la dimissione del paziente» dal Centro osservazione malattie psichiche del carcere, trasferendolo in una cella a medio rischio «senza sorveglianza a vista». L’uomo si era impiccato il 12 agosto del 2009. Le motivazioni della sentenza saranno depositate tra 15 giorni.

http://www.leggo.it 8 Aprile 2014

Previde un suicidio in Carcere a Civitavecchia: Psichiatra rischia 6 anni per omicidio colposo


Casa Circondariale di CivitavecchiaSul banco degli imputati per omicidio colposo. Con l’amara consapevolezza di doversi difendere in un’aula di tribunale da colpe che, probabilmente, andrebbero ascritte ad altri. Alle carenze strutturali di carattere cronico dell’intero sistema penitenziario italiano, forse. Ed in questo caso, del carcere di Borgata Aurelia. Ma non solo… Questa, la triste storia di Paolo Badellino, psichiatra dell’istituto di Civitavecchia. La vicenda è quella che riguarda il suicidio in prigione di Anna Toracchi, avvenuto nel 2009. Una giovane donna alla quale era stata diagnosticata una “sindrome bipolare con disturbi borderline”. Finita in galera dopo aver commesso una rapina al supermercato nel dicembre 2008, fu trovata impiccata nel penitenziario la mattina del 20 giugno 2009. Una morte che, per gli inquirenti di Civitavecchia, non fu del tutto inattesa. Appena tre giorni prima – la tesi della magistratura – la donna aveva tentato di suicidarsi sbattendo con violenza la testa al muro. E il 13 giugno si era legata intorno al collo il cavo della televisione. Secondo i pm, la donna avrebbe meritato l’adozione di soluzioni estreme, come prevedono i protocolli medici quando un detenuto manifesta gravi disturbi emotivi. E quindi essere sottoposta ad una sorveglianza a vista. Tesi sostenuta con forza anche dallo stesso Badellino. Con le guardie penitenziarie che, quindi, non avrebbero dovuta perderla d’occhio neanche per un secondo. Suggerimento rimasto evidentemente lettera morta.

Tutto questo sarebbe però stato possibile in uno Stato che non soffre di problemi di sovraffollamento e di tagli al personale. Sempre più scarso, nelle prigioni italiane e ancor di più nelle sezioni femminili. E in un carcere, quello di Borgata Aurelia, con agenti “meno restii – come spiega Badellino – a questi tipi di trattamenti”. Perché il giorno della morte la ragazza era soggetta ad un regime di grande sorveglianza, con controlli ogni 10 minuti.

C’è una cosa, però, che ancora non è stata detta. Il carcere di Civitavecchia – sostengono i legali degli imputati – non è classificato come 1 bis e quindi non avrebbe dovuto accogliere detenuti a rischio suicidio. E adesso una domanda sorge spontanea: perché una persona affetta da una sindrome bipolare (disturbo dell’umore in cui si è depressi o particolarmente eccitati) non è stata trasferita in un ospedale psichiatrico giudiziario? E al contrario, tenuta rinchiusa dentro una prigione, visto che per 8 anni è stata paziente dei servizi di cura mentale a Frascati (Roma)?

Alla sbarra sono finiti Patrizia Bravetti, già direttrice vicaria del carcere, Marco Celli, comandante delle guardie del penitenziario, Cecilia Ciocci, responsabile del reparto femminile e, appunto, Paolo Badellino, il medico che avrebbe avuto in cura la ragazza. Avrebbe, appunto. Perché lo psichiatra la ragazza l’ha visitata solamente 3 volte. Insieme a lui, del caso, si sono interessati altri 6 professionisti. Ma sotto processo è finito solo Badellino. Cosa avrebbe dovuto fare di più? Ha consegnato il referto agli agenti preposti. Avvertendo dunque del pericolo cui andava incontro la povera donna. Ma tutto questo non è bastato. E il suo incubo giudiziario continua. Stamattina, l’ennesima udienza. Di un processo lungo, straziante. Interminabile. Con una sentenza di primo grado che tarda ad arrivare. Il professionista non ne vuole sapere di mollare. Dichiara con forza che rinuncerà alla prescrizione e che porterà il caso a Strasburgo. Perché innocente – sostiene – e vittima di una persecuzione giudiziaria. Con il Giornale d’Italia, Badellino ripercorre punto per punto la vicenda.

Iniziamo da quel maledetto 20 giugno 2009, uno dei giorni più tristi della sua vita?

Sicuramente uno di quelli che hanno cambiato la mia vita. Perché sono stato messo alla gogna e rinviato a giudizio ingiustamente. E sto pagando tutto a caro prezzo. Un processo non meritato comporta un danno fisico, mediatico. Questa vicenda mi ha portato ad ammalarmi e la mia carriera ne ha risentito. Mi hanno rovinato.

Ci aiuti a capire come sono andate realmente le cose…

La detenuta era ristretta nel carcere di Rebibbia. Per motivi comportamentali, arrivò l’ordine di trasferirla appunto nel penitenziario di Civitavecchia. Ma il tutto non avvenne alla luce del sole.

Come sarebbe a dire?

Alla ragazza era stato detto che l’avrebbero portata all’Ospedale Sant’Andrea di Roma. Naturalmente per farla calmare perché molto arrabbiata.

Di solito i detenuti non sono tenuti a sapere la meta di destinazione…

Non so cosa risponderle. Al suo arrivo visitai la ragazza, ma nella cartella clinica arrivata dal penitenziario romano non c’erano elementi sintomatologici riferiti a un disturbo bipolare, ma a un disturbo di personalità. Che è cosa ben diversa.

Lei è stato il solo professionista a visitare la ragazza?

Assolutamente no. Mi accusano di essere il medico che l’aveva in cura. Tutto questo è falso. Perché del caso si sono occupati altri 6 professionisti. E nessuno riuscì a capirci niente. Io sono quello che ha avvertito il pericolo e ha cercato di porre il rimedio. I miei colleghi non ebbero il minimo sentore.

Quindi si dice il falso quando si afferma che era il dottor Badellino ad avere in cura la giovane Anna?

Assolutamente sì.

Quante volte ha incontrato la donna?

Solamente 3 volte. La prima a una settimana dal suicidio. L’ultima a 48 ore dal gesto estremo.

E allora perché è finito sotto processo? Per responsabilità oggettiva?

Non riesco a spiegarmelo. Il mio rinvio a giudizio è stato un atto delirante della magistratura, chiesto e ottenuto da un pubblico ministero contro il parere assolutamente contrario del perito nominato proprio dalla stessa procura.

Le sue sono accuse pesanti.

Quel magistrato, che adesso non si occupa più del caso, ha fatto di tutto per incastrarmi, andando contro ogni evidenza. Il perito incaricato mi scagionò, mettendo tutto per iscritto. Nero su bianco. Fu messo sotto torchio per 2 ore dal giudice che ne ha ereditato il caso.

E il risultato qual è stato?

Che sono finito alla sbarra.

Dottor Badellino, se lei si dichiara innocente, a chi sono da attribuire le colpe? La famiglia di Anna Toracchi merita giustizia.

Voglio fare una premessa. Il suicidio è e rimane un atto imprevedibile. Ciò nonostante, è evidente che in questa vicenda c’è chi non ha tenuto conto di quanto da me disposto.

La direttrice del carcere ha disatteso le sue richieste?

Questo andrebbe chiesto a lei. Ho consegnato il referto agli agenti preposti. Cosa potevo fare di più oltre che avvertire il pericolo?

La vita di Anna si poteva salvare?

Se fosse stata sorvegliata a vista – come da me richiesto – sì.

Sente di doversi rimproverare qualcosa?

Assolutamente no. Sono vittima di una situazione kafkiana.

Ma è vero che la ragazza aveva già provato due volte a togliersi la vita?

Non esattamente. Quello di sbattere la testa contro il muro fu un gesto dimostrativo. E basta.

Perché la Toracchi fu trasferita a Civitavecchia e non in un ospedale psichiatrico giudiziario?

Questo non so dirglielo.

Crede che il dipartimento amministrativo penitenziario abbia sottovalutato in qualche modo il caso?

Forse.

A che punto è il processo?

In fase dibattimentale. E la sentenza di primo grado non arriverà prima di settembre. Ma voglio che sia chiaro che rifiuterò l’eventuale prescrizione.

E’ cosciente che rischia fino a 6 anni di carcere?

Sono consapevole di vivere una situazione folle.

Storia di malagiustizia, la sua?

Assolutamente sì. Un magistrato di levatura superiore rispetto ai miei persecutori disse che non si dovrebbe mai arrivare a condannare un innocente, semplicemente perché non si sarebbe neanche dovuti arrivare a processarlo.

Dopo la sentenza Cucchi – con gli agenti assolti e i medici condannati – ha paura che la storia possa ripetersi?

Vivo nel terrore. Non ho alcuna fiducia nella magistratura.

Ma è vero che lei è coinvolto anche in un caso analogo e sotto processo con le stesse accuse?

Sì, in un procedimento ancora più assurdo, coordinato sempre dalla procura di Civitavecchia. Che evidentemente ha un comportamento persecutorio nei confronti dei medici.

Dove vuole arrivare?

Porterò i miei casi a Strasburgo. Andrò fino in fondo. Perché i giudici che sbagliano devono pagare.

Federico Colosimo

Il Giornale d’Italia 09 Aprile 2014 http://www.ilgiornaleditalia.org