Un detenuto di 43 anni muore scendendo di corsa dal treno per rientrare in carcere. E’ accaduto a Castelfranco Emilia (Modena)


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Michele Mazzaro, 43 anni, detenuto per piccoli reati contro il patrimonio e per droga, nella Casa di Reclusione di Castelfranco Emilia (Modena), è morto mentre scendeva da un treno ieri sera intorno le 22.

Il detenuto stava tornando da Milano, dove risiede, poichè aveva ottenuto dal Magistrato di Sorveglianza un permesso per poter seguire un programma terapeutico al Sert del capoluogo lombardo, e ieri sera doveva rientrare. Arrivato a Castelfranco stava per scendere, quando si è ricordato di aver lasciato la giacca, con dentro un libro della biblioteca del carcere, sui seggiolini e quindi è tornato a prenderla.

Quando ha cercato di scendere le porte si stavano chiudendo, le ha forzate per non perdere la fermata, ma non è riuscito ad uscire del tutto in tempo per cui è finito sotto le ruote del treno, morendo sul colpo. Inutili sono stati i soccorsi del personale sanitario del 118 intervenuto sul posto su richiesta della Polizia Ferroviaria.

Michele non poteva permettersi di restare su quel treno poiché se non si fosse presentato in Carcere all’orario stabilito temeva che sarebbe stato accusato di evasione. Una morte drammatica e che avrebbe potuto essere evitata.

Carceri, Padova: un pestaggio e un tentato suicidio, due detenuti ricoverati in fin di vita


Carcere di PadovaCostantin Niculau, 60 anni, rumeno, detenuto al carcere Due Palazzi, è ricoverato in fin di vita nel reparto di terapia intensiva dell’Ospedale Civile di Padova. La diagnosi parla chiaro: “trauma cranico facciale da percosse con emorragia cerebrale”.

È successo domenica mattina, al terzo piano del penitenziario. Gli operatori della Casa di Reclusione hanno telefonato al 118 chiedendo l’intervento di un’ambulanza per un incidente successo ad un detenuto. In carcere, si sa, nessuno mai ammette di essere stato picchiato dagli altri detenuti: ne va della serena permanenza futura.

E infatti, anche in questo caso, la prima notizia data al personale del Suem riguardava una violenta caduta a terra. Costantin Niculau è stato ricoverato in pronto soccorso ma è bastato poco a chi l’ha visitato per capire che quelle ferite non c’entravano proprio con il tipo di incidente descritto. È stata attivata quindi tutta la “macchina” delle verifiche.

Spetterà alla polizia penitenziaria capire cosa è successo nei corridoi del carcere domenica mattina. Quel che è certo, è che il sessantenne rumeno è stato pestato da una o più persone. Ha il viso distrutto e le botte ricevute gli hanno provocato anche una emorragia cerebrale. Dentro le mura del Due Palazzi, come in ogni altro carcere, ci sono dinamiche ben precise di convivenza.

Il sospetto è che Costantin Niculau sia venuto meno in qualche modo alle regole imposte dai detenuti più carismatici. Un comportamento che avrebbe scatenato la rabbia e successivamente la violenza. Ciò che è successo, comunque, è ancora tutto da ricostruire. Sicuramente saranno sentiti gli agenti in servizio domenica mattina.

Non solo. Saranno sequestrate anche le immagini riprese dalle telecamere di sorveglianza. Ogni sezione della casa di reclusione è infatti vigilata dall’occhio elettronico: un modo per cercare di monitorare il comportamento degli 870 detenuti attualmente presenti al Due Palazzi. Le sequenze potrebbero aiutare gli uomini della polizia penitenziaria a individuare i responsabili del pestaggio. Difficile sarà invece riuscire a capire i motivi che hanno scatenato la violenza. Il rumeno potrebbe avere infranto una delle regole non scritte che scandiscono la vita tra le mura del penitenziario.

di Enrico Ferro

Il Mattino di Padova, 8 aprile 2014

Comunicato Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria (SAPPE): detenuto picchiato in cella da altro ristretto

“Il grave episodio accaduto domenica mattina nel carcere di Padova, dove due detenuti sono venuti alle mani per una banalità (la restituzione di un secchio), conferma l’alto indice di tensione che permane nei penitenziari italiani”. La denuncia arriva dal Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe, il primo e più rappresentativo della Categoria, che proprio oggi ad Abano Terme ha organizzato un convegno dal titolo. “Un nuovo carcere è possibile. Lavoro e misure alternative”. “Nel 2013 abbiamo contato nelle carceri italiane 6.902 atti di autolesionismo, 4.451 dei quali posti in essere da stranieri, e ben 1.067 tentati suicidi. 542 sono stati gli stranieri che hanno provato a togliersi la vita in cella e che sono stati salvati dalla Polizia Penitenziaria” informa il segretario generale del Sappe Donato Capece. “E più stranieri che italiani si sono resi protagonisti di episodi di ferimenti (495 sui complessivi 921 eventi) e di colluttazione (2.145 su 3.803). Sulle morti in carcere, invece, il dato si inverte: più italiani. Dei 42 suicidi accertati nelle celle lo scorso anno, 22 erano italiani e 20 stranieri ed anche sui decessi per cause naturali, 111 complessivamente, gli erano erano la maggioranza, 87. Trasversale invece la composizione del numero complessivo di detenuti che hanno dato vita, nel 2013, a ben 768 manifestazioni contro il sovraffollamento carcerario e a favore di indulto e amnistia: hanno aderito a queste proteste complessivamente 85.066 ristretti”. Nelle carceri regionali del Veneto, sottolinea in particolare il Sappe, si sono verificati nel 2013 ben 470 episodi di autolesionismo, 49 tentati suicidi, 1 suicidio, 111 ferimenti e 449 colluttazioni. Al 31 marzo scorso erano 2.842 i detenuti presenti rispetto ai circa duemila posti letto regolamentari Il Sappe torna a sollecitare “l’espulsione dall’Italia degli stranieri condannati per fare scontare loro la pena nelle carceri dei Paesi di provenienza” ma soprattutto “una riforma strutturale della pena detentiva che ponga al centro l’obbligatorietà del lavoro dei detenuti: questo vorrebbe dire più detenuti occupati e quindi meno tensione nelle celle. Ma anche fornire una concreta possibilità di recupero sociale proprio attraverso il lavoro”. E su questa tema, il lavoro in carcere, il Sappe ha organizzato per il pomeriggio di oggi un convegno ad Abano Terme, nell’ambito delle iniziative del XXV Consiglio Nazionale del primo Sindacato dei Baschi Azzurri, dal tema molto significativo: “Misure alternative e lavoro sono sicurezza”.

Casa Circondariale di Padova : romeno 26enne tenta di impiccarsi, ricoverato in fin di vita

Un detenuto rumeno di 26 anni, I.S., ha tentato di farla finita impiccandosi in una cella della casa circondariale. È successo domenica pomeriggio. Sono stati gli stessi compagni di cella a dare l’allarme, dopo averlo trovato quasi esanime. Il ventiseienne è stato caricato in un’ambulanza del Suem 118 e trasportato d’urgenza in pronto soccorso. Attualmente è tenuto sotto stretto controllo dai medici in Rianimazione. È vivo ma il lungo periodo di asfissia ha danneggiato pesantemente il suo organismo.

L’estremo gesto potrebbe essere giunto a causa delle condizioni in cui si trovano i detenuti nella casa circondariale, in alcuni casi costretti anche in dieci in una cella. Ora che le temperature si alzano la vita lì dentro diventa ancora più difficile. Il problema, più volte esposto anche alle istituzioni, stenta a trovare una risoluzione. E così, un altro giovane detenuto, ha preferito tentare di uccidersi piuttosto di rimanere lì dentro.

Le Camere Penali: su riforma della custodia cautelare la Politica non si faccia condizionare dai Pm


AvvocatiSulla nuova custodia cautelare converge, da qualche giorno, il fuoco di fila di diversi magistrati di punta: tutti pubblici ministeri. Viene il sospetto che a stargli a cuore non sia tanto la pena che il giudice sentenzierà all’esito del processo, quanto piuttosto quella che i p.m. possono infliggere in via anticipata con le loro richieste. Il fenomeno dell’abuso della custodia cautelare è oramai riconosciuto finanche dai più alti vertici della magistratura. I rappresentati del nuovo corso politico dovranno prenderne atto e non cedere ai diktat delle procure, mosse dall’istinto di conservare il potere di arrestare.

Si succedono in questi ultimi giorni prese di posizione provenienti da esponenti della magistratura contro il progetto di legge che intende riportare all’interno del dettato costituzionale l’istituto della custodia cautelare, mettendo un freno alla distorsione – ormai ammessa esplicitamente anche dai più alti vertici della magistratura – dell’utilizzo della medesima come incostituzionale anticipazione di pena.

Sia il Procuratore di Roma Pignatone, che il Dottor Cantone, neo Presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, che il Segretario dell’Anm Carbone, hanno infatti ammonito sul pericolo che si correrebbe se la normativa, così come approvata in Senato diventasse legge. Secondo questa opinione ciò “impedirebbe” di applicare la custodia cautelare in carcere anche a soggetti che, secondo la valutazione del giudice sarebbero destinati ad usufruire dei benefici dell’ordinamento penitenziario al momento della esecuzione e dunque non dovrebbero mai scontare la pena detentiva all’esito del giudizio.

Come è facile intuire, al di là della evidente pressione che in tal guisa si sta esercitando sul Parlamento, l’esempio in discussione è proprio quello che dimostra che una parte della magistratura utilizzi la custodia cautelare per fini ben diversi rispetto a quelli previsti dal codice. Dolersi, infatti, di non poter privare della libertà nel corso delle indagini imputati che non sono destinati, secondo una valutazione ancorata a rigorosi presupposti legislativi, ad entrare in carcere per scontare la pena definitiva, significa proprio che si vuole privare della libertà dei cittadini in forza di valutazioni di carattere metagiuridico e che addirittura si vuole andare al di là dell’incostituzionale uso anticipatorio della pena oggi dilagante.

Significa, in altre parole, che si pretende di avere mano libera di sbattere in carcere gli imputati anche nel caso in cui questo non avverrà mai all’esito della irrogazione definitiva della pena. In buona sostanza ci si duole del fatto che, se la legge passasse si comprimerebbe un po’ di quell’enorme potere che la distorta applicazione delle norme ha fin qui conferito alla magistratura. Una previsione che, se si avverasse, sarebbe il miglior risultato che la legge potrebbe raggiungere. Ora sta al Parlamento decidere.

Un Parlamento che dovrebbe essere ben consapevole che l’uso distorto della custodia cautelare è un problema gravissimo e che esso viene utilizzato come arma di pressione capace di condizionare il comportamento processuale degli imputati. Ed allora la politica deve dimostrare, al di là dei proclami, di essere in grado di operare le proprie scelte senza farsi condizionare dalle levate di scudi dei procuratori della Repubblica, se non altro perché questo trito copione, seguito tanto nella prima che nella seconda Repubblica con monotona ripetitività, ha lasciato sul campo il principio di separazione dei poteri, non meno che la presunzione di innocenza e la inviolabilità della libertà personale.

Sia detto con chiarezza: questa vicenda è una vera e propria cartina di tornasole sulla quale il Governo e le forze politiche di maggioranza sono chiamate a dimostrare una reale inversione di tendenza, altrimenti non rimarrà che concludere che di fronte agli ammonimenti delle Procure la nuova politica si lascia intimidire esattamente come la vecchia.

Unione delle Camere Penali Italiane (UCPI) 

http://www.camerepenali.it, 8 aprile 2014