Roma: detenuto anoressico morto in cella, tre medici di Regina Coeli alla sbarra


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Omisero di informare i giudici sul profilo psichiatrico del paziente.

“L’atto in cui si parla di anoressia è una semplice relazione, non una diagnosi”. Questo, in estrema sintesi, il senso delle dichiarazioni spontanee rilasciate da uno dei medici che avevano in cura Simone La Penna, trentaduenne morto nel carcere di Regina Coeli dove era rinchiuso, dopo avere perso 34 chili in una manciata di mesi (quasi la metà del peso corporeo della vittima al momento del suo arresto).

Una morte assurda quella del giovane viterbese – condannato a due anni e 4 mesi di carcere per possesso di stupefacenti – che ha portato alla sbarra, per omicidio colposo, il direttore sanitario del carcere Andrea Franceschini e i medici Giuseppe Tizzano e Andrea Silvano che lo ebbero in cura dopo il suo trasferimento dalla casa circondariale di Viterbo. Ed è proprio sulla diagnosi di anoressia e sul mancato supporto psichiatrico al paziente che gira il fulcro del processo.

I tre imputati devono infatti rispondere del fatto che, nonostante il trasferimento di La Penna dal carcere di Viterbo fosse stato motivato con “diagnosi di anoressia e vomito con calo ponderale e episodi di ipokaliemia”, la terapia specialistica fu iniziata solo 43 giorni dopo. Un ritardo inspiegabile aggravato dalla mancata verifica sulla effettiva somministrazione della terapia psichiatrica e dal fatto che i medici nel tentativo “di contenere il progressivo deterioramento delle condizioni di salute di La Penna, omettevano di assumere, di propria iniziativa, le determinazioni mediche per favorire il trasferimento del detenuto presso una struttura sanitaria in grado di fronteggiare al meglio la patologia”.

E ancora: gli imputati, non solo ignorarono a lungo la necessità del supporto psichiatrico ma, sollecitati dal tribunale del riesame che doveva esprimersi sul possibile trasferimento in ospedale del detenuto, omisero di segnalare nella relazione il profilo psichiatrico della patologia e omisero “qualsiasi informazione in ordine al notevole e allarmante calo ponderale subito da La Penna dal momento del suo ingresso presso la struttura (il reparto medico del carcere di Regina Coeli)”, esprimendo un giudizio di compatibilità del detenuto con il regime carcerario: detenuto che morì appena 18 giorni dopo.

Una brutta storia quella della morte di Simone La Penna; una brutta storia esplosa contemporaneamente al “caso Cucchi” e che riporta in primo piano la situazione al collasso delle carceri italiane. Una morte che avrebbe potuto essere evitata e che invece è andata ad allungare il lunghissimo elenco dei “morti di carcere”.

di Vincenzo Imperitura

Il Tempo, 7 aprile 2014

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