Giustizia: le bugie del Ministro della Giustizia Andrea Orlando sull’Emergenza Carceri


carceri affollateCosì il governo italiano sembra intenzionato ad affrontare l’ultimatum dato dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo per risolvere la disumana emergenza del sovraffollamento carcerario.

Negli ultimi giorni, a poco meno di due mesi dal termine fissato dalla Corte, il ministro della giustizia Andrea Orlando e il Dap (Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria) si sono esibiti in un’imbarazzante e contraddittoria attività mistificatoria, piuttosto emblematica dello scarso interesse a volere effettivamente uscire dalla situazione di sostanziale flagranza criminale in cui si trova lo Stato italiano.

Tutto comincia lo scorso 25 marzo, quando il ministro Orlando vola a Strasburgo per incontrare i vertici del Consiglio d’Europa e della Cedu, e per anticipare loro le misure che il governo starebbe sviluppando per porre rimedio all’emergenza carceraria.

Dopo aver ribadito di non ritenere necessari “provvedimenti eccezionali” come amnistia ed indulto, il Guardasigilli chiede con molta fierezza che “si apprezzi e si dia una valutazione sugli interventi strutturali che stiamo facendo”. A quali misure “strutturali” faccia riferimento il ministro, in realtà, è difficile comprenderlo.

L’unico provvedimento preso da un anno a questa parte, il famoso decreto “svuota carceri”, nonostante l’appellativo affibbiatogli dai soliti giustizialisti di professione non svuota un bel nulla ed incide in maniera solo minima sulla situazione delle carceri. Oltre a questo decreto, il vuoto. Pensare dunque di rassicurare in questo modo le autorità europee appare, alla prova dei fatti, piuttosto complicato, e rende vana la speranza di scacciare via lo spettro dei 50-100 milioni di euro all’anno di probabili multe. A far discutere, comunque, sono stati soprattutto i numeri forniti dal ministro Orlando. L’ex ministro dell’Ambiente ha affermato che, a fronte di 60.800 detenuti, la capienza regolamentare delle carceri è oggi di circa 50mila posti.

Un dato che contraddice le cifre comunicate dal suo predecessore, Annamaria Cancellieri, che, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario 2014 fissava la capienza “regolamentare” a 47.599 posti, aggiungendo tuttavia un particolare già noto agli addetti ai lavori: “Il dato subisce una flessione abbastanza rilevante (quantificabile in circa 4.500 posti regolamentari) per il mancato utilizzo di spazi a causa degli ordinari interventi di manutenzione o di ristrutturazione edilizia”. I posti disponibili nelle carceri, insomma, non sarebbero “circa 50mila”, bensì, per inagibilità delle strutture, circa 43mila, ben 7mila in meno di quanto dichiarato dal ministro Orlando.

A rendere ancor più imbarazzante la posizione del ministero ci ha pensato il capo del Dap (Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria), Giovanni Tamburino, che in un’intervista ha parlato, anche lui, di 50mila posti regolamentari nelle carceri. Il comportamento tendenzioso del ministro e del capo del Dap ha mandato su tutte le furie la segretaria nazionale di Radicali italiani Rita Bernardini, giunta al suo 34esimo giorno di sciopero della fame: “È troppo chiedere al Governo e al Ministro della Giustizia Andrea Orlando che sia rispettato il diritto alla conoscenza del popolo italiano, mentre l’Italia è da anni condannata per la “tortura” in carcere e per la giustizia negata a causa dell’ “irragionevole durata” dei processi?”.

A mettere la parola fine alla diatriba è stato paradossalmente proprio il Dap, che, in una contraddittoria nota, dopo aver definito le parole di Bernardini “diffamatorie”, ha di fatto smentito se stesso e il suo titolare, dando ragione ai radicali: “Il numero esatto dei posti detentivi effettivi disponibili è di 43.547”. Vale a dire, sottolinea la segretaria radicale, “4.762 posti in meno della capienza regolamentare finora pubblicizzata ai quattro venti”.

Piuttosto che cercare di “barare” sui numeri, in definitiva, il capo del Dap e soprattutto il ministro della Giustizia farebbero meglio a delineare possibili soluzioni alla costante violazione dei diritti umani all’interno delle carceri italiane. Dato il lungo letargo della politica e viste le ultime arrampicate sugli specchi, il ricorso ad un’amnistia risulta ormai essere non solo auspicabile, ma indispensabile.

Valerio Federico, Tesoriere Radicali Italiani

http://www.radicali.it – 06 Aprile 2014

Roma: detenuto anoressico morto in cella, tre medici di Regina Coeli alla sbarra


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Omisero di informare i giudici sul profilo psichiatrico del paziente.

“L’atto in cui si parla di anoressia è una semplice relazione, non una diagnosi”. Questo, in estrema sintesi, il senso delle dichiarazioni spontanee rilasciate da uno dei medici che avevano in cura Simone La Penna, trentaduenne morto nel carcere di Regina Coeli dove era rinchiuso, dopo avere perso 34 chili in una manciata di mesi (quasi la metà del peso corporeo della vittima al momento del suo arresto).

Una morte assurda quella del giovane viterbese – condannato a due anni e 4 mesi di carcere per possesso di stupefacenti – che ha portato alla sbarra, per omicidio colposo, il direttore sanitario del carcere Andrea Franceschini e i medici Giuseppe Tizzano e Andrea Silvano che lo ebbero in cura dopo il suo trasferimento dalla casa circondariale di Viterbo. Ed è proprio sulla diagnosi di anoressia e sul mancato supporto psichiatrico al paziente che gira il fulcro del processo.

I tre imputati devono infatti rispondere del fatto che, nonostante il trasferimento di La Penna dal carcere di Viterbo fosse stato motivato con “diagnosi di anoressia e vomito con calo ponderale e episodi di ipokaliemia”, la terapia specialistica fu iniziata solo 43 giorni dopo. Un ritardo inspiegabile aggravato dalla mancata verifica sulla effettiva somministrazione della terapia psichiatrica e dal fatto che i medici nel tentativo “di contenere il progressivo deterioramento delle condizioni di salute di La Penna, omettevano di assumere, di propria iniziativa, le determinazioni mediche per favorire il trasferimento del detenuto presso una struttura sanitaria in grado di fronteggiare al meglio la patologia”.

E ancora: gli imputati, non solo ignorarono a lungo la necessità del supporto psichiatrico ma, sollecitati dal tribunale del riesame che doveva esprimersi sul possibile trasferimento in ospedale del detenuto, omisero di segnalare nella relazione il profilo psichiatrico della patologia e omisero “qualsiasi informazione in ordine al notevole e allarmante calo ponderale subito da La Penna dal momento del suo ingresso presso la struttura (il reparto medico del carcere di Regina Coeli)”, esprimendo un giudizio di compatibilità del detenuto con il regime carcerario: detenuto che morì appena 18 giorni dopo.

Una brutta storia quella della morte di Simone La Penna; una brutta storia esplosa contemporaneamente al “caso Cucchi” e che riporta in primo piano la situazione al collasso delle carceri italiane. Una morte che avrebbe potuto essere evitata e che invece è andata ad allungare il lunghissimo elenco dei “morti di carcere”.

di Vincenzo Imperitura

Il Tempo, 7 aprile 2014

Petizione per inserire il delitto di tortura nel Codice Penale. Perché la tortura è una pratica medievale


Petizione per Inserire il delitto di tortura nel Codice Penale. Perché la tortura è una pratica medievale

PetizioneTortura

Firma la petizione per introdurre il delitto di tortura nel codice penale. Lo hanno già fatto migliaia di persone tra cui:

Andrea Camilleri, Massimo Carlotto, Ascanio Celestini, Cristina Comencini, Erri De Luca, Luigi Ferrajoli, Davide Ferrario, Elena Paciotti, Mauro Palma, Stefano Rodotà, Rossana Rossanda, Ettore Scola, Daniele Vicari, Vladimiro Zagrebelsky, Vittorio Agnoletto (Flare), Mario Angelelli (Progetto Diritti), Don Luigi Ciotti (Libera, Gruppo Abele), Franco Corleone (coord. Garanti territoriali), Roberto Di Giovan Paolo (Forum salute in carcere), Ornella Favero (Ristretti Orizzonti), Luigi Manconi (A buon diritto), Corrado Marcetti (Fondazione Michelucci), Antonio Marchesi (Amnesty International), Alessandro Margara (ex capo Dap), Carlo Renoldi (Magistratura Democratica), Marco Solimano (Arci), Cecilia Strada (Emergency), Andrea Paolo Taviani (Medici contro la tortura), Rete Viola, 10X100 Genova, Gabriella Guido (LasciateCIEntrare), Italo Di Sabato (Osservatorio sulla Repressione), Daniele Domenicucci (Referendario – Corte giustizia dell’UE), Paolo Flores D’Arcais (Micromega).

Nonostante siano passati due anni dalla prima campagna “Chiamiamola tortura” l’Italia non ha ancora inserito nel proprio ordinamento giuridico il reato di tortura.

La tortura è un crimine contro l’umanità. Così è definita dalle Nazioni Unite e dal Consiglio d’Europa. Una persona custodita dallo Stato, quello Stato che rappresenta tutti noi, non deve mai sentirsi a rischio. Ma la tortura in Italia non è reato. Abbiamo cinquemila norme penali che puniscono e proibiscono comportamenti di ogni tipo, ma non abbiamo il delitto di tortura nel nostro codice penale. Eppure la tortura esiste, eppure la tortura è praticata. Nessuna democrazia può ritenersi al sicuro. Tra pochi mesi l’Onu dovrà valutare la tenuta dei diritti umani nel nostro Paese. Noi continueremo incessantemente a lottare perché il diritto italiano colmi questa lacuna intollerabile. Continueremo anche a lottare perché la tortura non sia praticata mai e in nessuna circostanza.

Per questo chiediamo al Parlamento di approvare subito una legge che introduca il crimine di tortura nel nostro codice penale, riproducendo la stessa definizione presente nel Trattato Onu. Una sola norma già scritta in un atto internazionale. Per approvarla ci vuole molto poco.

ANTIGONE ONLUS

http://www.osservatorioantigone.it