Si impiccò a San Vittore: “Psichiatra e Psicologa non fecero nulla per impedire quel suicidio” Per il Pm vanno condannate


Casa Circondariale San Vittore Milano

«Non fecero nulla per impedire quel suicidio in cellaPsichiatra e psicologa di San Vittore vanno condannate per omicidio colposo». Un anno e quattro mesi di pena ha chiesto ieri il pm Silvia Perrucci al termine della sua requisitoria per M.M. e R.D.S., le due professioniste che nell’estate del 2009 erano in servizio nel carcere di piazza Filangieri. Secondo l’accusa, non si sarebbero rese conto che Luca Campanale, 28 anni, in cella per uno scippo, era un soggetto ad alto rischio. E così avrebbero colposamente omesso i controlli dovuti, lasciando il giovane al suo destino di morte.

Il suicidio del ragazzo risale al 12 agosto di cinque anni fa. Luca era stato appena trasferito a San Vittore dal penitenziario di Pavia, e la sua cartella clinica segnalava un «ben evidente quadro psicotico persecutorio» con nove atti di autolesionismo o tentativi di suicidio in quattro mesi. Avrebbe dovuto dunque essere mantenuto nel reparto ad alto rischio con sorveglianza a vista, ma forse a causa del sovraffollamento venne inviato quasi subito in un reparto a rischio medio. Fra l’altro, stando dietro le sbarre il suo stato di salute mentale peggiorava visibilmente, mentre la psichiatra di San Vittore decideva di alleggerire la cura farmacologica prescritta a Pavia. Da mesi chi lo assisteva aveva sollevato la questione con la direzione sanitaria della struttura.

Ma nemmeno l’istanza urgente depositata in giugno dal suo legale alla corte d’appello, con la quale si chiedeva «l’immediato ricovero presso idonea struttura sanitaria», aveva avuto ascolto. Altri 19 giorni e Luca venne trovato impiccato nel bagno della sua cella, attaccato con le lenzuola alle sbarre della finestrella. Non era solo nella stanza, il ragazzo. Con lui tre compagni, tutti però con problemi psichici di vario tipo. Nonostante la storia che aveva alle spalle e tutta la documentazione prodotta dal suo avvocato, secondo l’accusa psichiatra e psicologa non presero sul serio il rischio che il giovane si togliesse la vita. «Pretenzioso ed immaturo», lo descrisse il medico nella sua nota del 4 agosto. Otto giorni dopo, Campanale si era ucciso.

«L’ultima volta che lo vidi – raccontò suo padre Michele al nostro giornale – fu poche ore prima che si uccidesse. “Stasera vengo a casa, papà”, poi abbracciò me e mia moglie che non capivamo. Alle tre e mezzo di notte ci telefonò il cappellano del carcere: “Luca non è più tra noi”». Il ragazzo non avrebbe dovuto trovarsi in galera, ma in una clinica. «E’ stata una morte annunciata», ha sempre detto Campanale. «Da quando ebbe un grave incidente stradale, a 17 anni, Luca non è stato più lo stesso. Subì una lesione cranica, rimase in coma e poi sulla sedia a rotelle, i medici ci dissero che non sarebbe tornato come prima. Da allora, e per 12 anni, io e sua madre ci trovammo a cozzare contro la legge Basaglia, che pretende sia il malato a scegliere di farsi curare».

La psichiatra e la psicologa di San Vittore, ieri per bocca dei loro avvocati difensori, hanno ripetuto di aver fatto tutto il possibile con quello strano detenuto. «In certi casi – ha detto uno dei legali – il rischio di suicidio si può contenere ma non neutralizzare». E’ stata, in pillole, anche la tesi difensiva del ministero della Giustizia, citato in causa come responsabile civile.

Milano, 28 marzo 2014 – di Mario Consani, Giornalista de “Il Giorno.it”

Carceri, lavorarono sottopagati: due detenuti vincono causa contro il Ministero della Giustizia dinanzi alla Corte di Appello di Roma.


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La Corte d’Appello di Roma ha pronunciato una sentenza storica che segna una vera e propria svolta in merito ai criteri da seguire sulla quantificazione della retribuzione che spetta a chi lavora mentre sconta una pena dietro lo sbarre.

A rivolgersi al tribunale erano stati due ex detenuti, in particolare uno che aveva fatto il giardiniere a Rebibbia dal 1° novembre del 2002 al 31 luglio del 2006 e un altro che era stato addetto alla lavanderia nel carcere di Civitavecchia dal gennaio 2007 al maggio 2010.

Per alcuni anni, durante la loro carcerazione, i due avevano prestato attività lavorativa nel carcere in cui dovevano scontare la pena ed entrambi erano stati remunerati con compensi fermi ai minimi sindacali vigenti nel lontano 1993.

Per questo motivo hanno deciso di far causa al Ministero della Giustizia e, qualche giorno fa, la Corte d’Appello di Roma, sezione controversie del lavoro, ha dato loro ragione e ha condannato il ministero a “pagare” oltre 15mila euro, rispettivamente 9.633 euro al primo detenuto e 5.713 euro al secondo “a titolo di differenze per la retribuzione ordinaria, mensilità aggiuntive, ferie, rol e indennità di fine rapporto oltre che le spese processuali, interessi legali e rivalutazione monetaria”.

“Una sentenza, quella della Corte d’Appello di Roma che – ha detto l’avvocato Marco Tavernese – sanziona la condotta del ministero che da circa 20 anni omette di aggiornare l’importo delle mercedi corrisposte ai detenuti lavoratori. Questo è in palese violazione dell’art.22 della legge 354/1975 che espressamente impone al ministero della Giustizia di indicizzare (nella misura non inferiore ai 2/3) gli importi da corrispondere ai detenuti lavoratori a quanto stabilito dai minimi sindacali previsti dal contratto collettivo”.

La sentenza della Corte d’Appello ha dunque “definito un contenzioso promosso dall’associazione sindacale Cobas in favore di detenuti presenti all’interno di tutte le strutture carcerarie italiane – ha continuato il legale – ribaltando l’orientamento espresso in primo grado dal Tribunale di Roma, che, con circa 40 sentenze, ha rigettato altrettanti ricorsi condannando in molti casi i detenuti a corrispondere il pagamento delle spese legali”.

Per Angiolo Marroni, garante regionale dei detenuti, “questa sentenza è una grande vittoria che fa giustizia di una situazione che anche io ho denunciato più volte e cioè quella in cui i detenuti sono sottopagati per i lavori che prestano all’interno delle carceri. E’ una sentenza che va applaudita perché è un’operazione verità e di rispetto della legalità. Il problema che si può porre, però, è che se tutti i detenuti lavoratori facessero ricorso il ministero sarebbe costretto a sborsare una grossa cifra e non vorrei che venisse usato per non dare ai detenuti la possibilità di lavorare all’interno delle carceri, togliendo loro anche questa dignità. Bisogna stare attenti affinché non finisca proprio così”.

Carceri, Quintieri (Radicali) : a Catanzaro i detenuti non vengono curati. L’Asp faccia meno “spot propagandistici”


Casa Circondariale Catanzaro Siano

Sono costretto, ancora una volta, ad intervenire pubblicamente dopo quanto affermato, nel corso di una conferenza stampa tenutasi nei giorni scorsi, dai Dirigenti dell’Azienda Sanitaria Provinciale di Catanzaro e, nello specifico, dal Dottor Antonio Montuoro, referente della Sanità Penitenziaria Provinciale, secondo il quale ai detenuti ristretti (anche) nella Casa Circondariale di Siano, vengono garantite tutte le cure necessarie sia all’interno che all’esterno della struttura detentiva ricorrendo persino a visite specialistiche di qualità nei diversi ospedali del territorio.

Aldilà dei dati diffusi dall’Azienda Sanitaria Provinciale sulle prestazioni effettuate infra ed extramoenia, la salute in carcere non viene tutelata in maniera adeguata e sufficiente. Ed oltre al caso del detenuto Alessio Ricco, il quale – lo ripeto – ha atteso 165 giorni (circa 5 mesi) prima di veder diagnosticata dallo Specialista Reumatologo la patologia di cui fosse affetto e, quindi, di vedersi somministrata una terapia farmacologia appropriata ed efficace, lo dimostrano le continue lamentele che pervengono al sottoscritto, da parte di tanti cittadini reclusi appartenenti ai Circuiti Penitenziari dell’Alta e della Media Sicurezza e loro familiari, sulle quali stiamo effettuando opportune verifiche prima di assumere le iniziative più appropriate per la tutela di quei diritti inviolabili, come quello alla salute, che lo Stato deve assolutamente garantire.

Tant’è vero che molti di questi detenuti sono costretti ad attuare, anche inutilmente, lo sciopero della fame anche solo per essere convocati dal personale del Servizio Sanitario Penitenziario. E non è il solo Alessio Ricco ad aver intrapreso tale estrema forma di protesta nonviolenta. Proprio in questa settimana mi sono giunte ulteriori segnalazioni di detenuti gravemente ammalati e sottoposti a tortura e cioè ad un trattamento carcerario illegale poiché le condizioni in cui sono costretti ad espiare la pena li obbligano a soffrire un disagio o a sopportare una prova d’intensità superiore all’inevitabile livello di sofferenza, sottinteso nella detenzione.

Mi riferisco, in particolare modo, ai detenuti Domenico Tortora e Roberto Giaquinta, entrambi appartenenti al regime differenziato dell’Alta Sicurezza (AS3), i quali attendono, ormai da diversi mesi, di essere sottoposti ad interventi diagnostici specialistici anche di tipo chirurgico per le loro problematiche di salute. Quanto al Tortora, detenuto da 12 anni ed il quale tra 10 mesi tornerà in libertà per fine pena, evidenzio che allo stesso, da ottobre 2013 sono stati somministrati solo degli antidolorifici poiché la sua problematica (dolori all’anca destra) era stata “sottovalutata”. Rivelatasi inefficace la cura, dopo le sue rimostranze, nel mese di gennaio 2014 è stato sottoposto ad una tac che ha rivelato l’assenza di cartilagine all’anca destra ed i Sanitari gli hanno prospettato l’urgenza di praticare un intervento chirurgico per applicargli una placca in metallo per risolvere la situazione. Mi risulta che, nello scorso mese, i suoi congiunti abbiano interpellato sia il Magistrato di Sorveglianza che il Direttore dell’Istituto senza ottenere alcuna risposta. In ogni caso, la “lettera” è servita per fargli dare, in un primo momento, le stampelle e, successivamente, la sedia a rotelle per impossibilità di deambulare. Inoltre, proprio nei giorni scorsi, il suddetto detenuto, per evitare ulteriori complicazioni e permettergli di spostarsi agevolmente con la carrozzella, è stato sistemato a piano terra poiché si trovava nei piani superiori. Quanto al Giaquinta, faccio presente, che dal 10 marzo u.s. ad oggi sta effettuando lo sciopero della fame per ottenere di essere sottoposto ad una risonanza magnetica ed eventualmente ad un intervento chirurgico. Infatti, il predetto, nel 2005, subì un intervento chirurgico alla base del collo e precisamente alla colonna cervicale e gli vennero applicate una placca e delle viti in titanio fra le vertebre C5 e C7. Da diversi mesi avverte dei dolori al collo e dopo aver effettuato una tac gli è stato detto che, con molta probabilità, le viti si sono rotte e che per tale motivo bisogna effettuare ulteriori accertamenti (risonanza magnetica) ed in caso affermativo praticare un intervento chirurgico perché c’è il rischio che potrebbe restare paralizzato.

Queste non sono “polemiche” bensì fatti precisi e circostanziati sui quali, nei prossimi giorni, dopo aver acquisito ulteriori informazioni, solleciterò la presentazione di una Interrogazione Parlamentare ai Ministri della Giustizia e della Salute e l’effettuazione di una ennesima visita ispettiva per accertare personalmente le condizioni di detenzione degli stessi.

La “malasanità carceraria” oltre al sovraffollamento, alle deprecabili condizioni igienico sanitarie ed alla insufficienza di sostegno psicologico, è uno dei principali problemi delle nostre Patrie Galere. Invero, sono particolarmente allarmanti, i numeri dei detenuti morti per suicidio (60%) o per malattia (25%) mentre si trovavano in custodia allo Stato (senza far riferimento a quelle migliaia di “casi da accertare”). Dal 2000 ad oggi sono decedute 2.274 persone detenute e ben 812 di queste si sono tolte la vita. In questi primi mesi del 2014 siamo già a 35 morti e 11 suicidi. Sono tanti i detenuti che ogni anno muoiono per “cause naturali” nelle carceri italiane, anche in quelle calabresi. E raramente i giornali ne danno notizia. Spesso la causa del decesso è l’infarto, evento difficilmente prevedibile. Altre volte sono le complicazioni di un malanno trascurato o curato male. Altre volte ancora la morte arriva al termine di un lungo deperimento, dovuto a malattie croniche o, addirittura, a scioperi della fame e della sete. E purtroppo, nota dolente, va detto che l’Autorità Giudiziaria competente applica in maniera molto disomogenea le norme sul differimento o la sospensione della pena o sulla concessione di misure alternative alla detenzione inframuraria per le persone gravemente ammalate. Sempre più frequentemente la “scarcerazione” viene negata con la scusante della “pericolosità sociale” nonostante quei detenuti siano del tutto innocui perché profondamente debilitati dalla malattia.

In buona sostanza, vi è un generale azzeramento della dignità e del rispetto dei diritti umani e civili che lede l’integrità psico-fisica delle persone detenute in Italia. E tutto questo ha trovato conferma nelle sentenze emesse contro l’Italia dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo che qualifica il trattamento riservato ai detenuti e le loro condizioni di vita, nel complesso, come “inumane e degradanti”, contravvenenti l’Art. 3 della Convenzione Europea che li proibisce in maniera assoluta. Quindi, i detenuti, dopo aver perso la libertà, rischiano di perdere la salute e, purtroppo, sempre più spesso, anche la vita.

In definitiva, invito il Dottor Montuoro e l’Asp di Catanzaro a fare meno “spot propagandistici” ed a fare di più per assicurare ai cittadini detenuti (iniziando da quelli segnalati), al pari dei cittadini in stato di libertà, la erogazione di prestazioni di prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione in maniera tempestiva, efficace ed appropriata.

Cetraro lì 28 Marzo 2014

Emilio Enzo QUINTIERI

Esponente dei Radicali Italiani

Ricorsi alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per violazione dell’art. 3 della Convenzione


CEDURicorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo per violazione dell’Art. 3 della Convenzione per la Salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà Fondamentali

 “Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamento inumani o degra­danti.”

Dal 1 Gennaio 2014 è cambiato il procedimento e la modulistica per presentare i ricorsi alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo. Inoltre, con l’entrata in vigore del “Decreto Carceri” è previsto il “reclamo giurisdizionale” al Magistrato di Sorveglianza ai sensi dell’art. 35 bis della Legge 26 luglio 1975, n. 354 [Articolo inserito dall’articolo 3, comma 1, lettera b), del D.L. 23 dicembre 2013, n. 146, convertito, con modificazioni, dalla Legge 21 febbraio 2014 n. 10]. Diversa è pertanto la procedura per coloro che sono detenuti in carcere da quella che devono seguire gli ex detenuti.

  • Procedura per i detenuti

Non è possibile presentare il ricorso alla Corte Europea se il ricorrente non abbia prima esperito tutte le vie di ricorso interne previste dallo Stato italiano. Il Decreto Carceri, come scritto in esordio, ha previsto il “reclamo giurisdizionale”. Pertanto coloro che sono ristretti presso un Istituto Penitenziario devono presentare il modello allegato titolato “reclamo al magistrato di sorveglianza” Qualora il Magistrato di Sorveglianza dovesse accogliere il reclamo giurisdizionale, l’Amministrazione sarebbe costretta  a porre rimedio entro il termine indicato dal Giudice. In caso di mancata esecuzione del provvedimento o di sistemazione non conforme ai parametri statuiti dalla Corte Europea, può proporre ottemperanza; l’interessato o il suo difensore munito di procura speciale, possono richiedere l’ottemperanza al Magistrato di Sorveglianza che ha emesso il provvedimento’ (Art. 35 bis co. 5). Dunque, con l’entrata in vigore del decreto n. 146 del 2013 i tempi (oltre ad essere incerti) si allungano visto che la decisione del Magistrato di Sorveglianza può far scaturire la necessità dell’ottemperanza (meccanismo  teso a rendere effettiva la decisione dei reclami). Diversamente, se il Magistrato di Sorveglianza non dovesse accogliere il reclamo, avverso tale provvedimento si può proporre reclamo al Tribunale di Sorveglianza (entro 15 giorni); La decisione del Tribunale di Sorveglianza, a sua volta, è ricorribile in Cassazione (entro 15 giorni). Solo una volta esperita tutta la procedura interna senza risultati, è possibile adire alla Corte Europea utilizzando il nuovo formulario CEDU per detenuto” (seguire le istruzioni “come compilare il formulario del ricorso”) Attenzione: se si è prossimi alla scarcerazione, conviene aspettare e presentare direttamente ricorso a Strasburgo.

  • Procedura per gli ex detenuti

Gli ex detenuti possono presentare ricorso direttamente alla Corte EDU. Ricordiamo che è possibile presentarlo solo se si è stati detenuti in carcere fino ai sei mesi antecedenti alla data di presentazione del ricorso. Utilizzare il nuovo formulario CEDU per ex detenuto” (seguire le istruzioni “come compilare il formulario del ricorso”) [Il Partito Radicale e Radicali italiani, ringraziano l’Avv. Giuseppe Rossodivita e il Comitato Radicale per la Giustizia Piero Calamandrei per l’aiuto fornito per la predisposizione della documentazione]