Scambiò un infarto per una gastrite. Chiesta la condanna per il Medico del Carcere di Padova che cagionò la morte di un detenuto


Casa Circondariale di Padova

Scambiò un infarto per una gastrite. E’ proprio quello che accadde lo scorso 17 aprile 2011 intorno alle ore 17,00 presso la Casa di Reclusione “Due Palazzi” di Padova e che, purtroppo, determinò la morte di Federico Rigolon, 37 anni, di Montecchio Maggiore (Vicenza) ristretto in quell’Istituto dal 13 agosto 2005 per scontare una pena che avrebbe avuto termine l’8 marzo del 2027 per truffe e stupefacenti.

Venni a conoscenza di questa terribile vicenda il 25 luglio 2012 quando in Commissione Giustizia alla Camera dei Deputati il Sottosegretario di Stato Antonino Gullo rispose ad una Interrogazione (la nr. 5-06722 – ex 4/14431) proposta dall’Onorevole Rita Bernardini unitamente agli altri Deputati Radicali e la diffusi sul mio profilo Facebook il successivo 27 luglio 2012 con tutte le ulteriori informazioni in merito che riuscii ad ottenere.

“Con riferimento alla richiesta di chiarimenti in merito alle cause del decesso di Federico Rigolon presso la Casa di Reclusione di Padova, si comunica che il predetto era ristretto presso l’Istituto padovano a far data dal 13 Agosto del 2005, con un fine pena fissato all’8 Marzo del 2027. Dalla documentazione acquisita dal competente Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, risulta che alle ore 17.00 circa del 17 aprile del 2011, i due compagni di camera del Rigolon hanno segnalato all’agente di Polizia Penitenziaria addetto al servizio vigilanza che il Rigolon era disteso sul letto e non dava segni di vita. Il sanitario di turno è stato immediatamente allertato ma, dopo aver tentato inutilmente di rianimarlo, ne ha dovuto constatare l’avvenuto decesso. Dalla certificazione sanitaria, risulta altresì, che il Rigolon, proprio il giorno prima del suo decesso, era stato sottoposto a visita medica, poiché accusava dolori epigastrici. Il medico di guardia dottoressa D’Agnese Orizia, pur se sollecitata dal paziente, non aveva ritenuto necessario il suo trasferimento in ospedale e si era, quindi, limitata a prescrivere una normale terapia. Anche la mattina dell’evento letale, il detenuto era stato accompagnato presso l’infermeria del penitenziario perché continuava ad accusare dolori epigastrici e, quivi, era stato nuovamente visitato dalla dottoressa D’Agnese Orizia, che gli aveva somministrato una terapia, autorizzandone il rientro in reparto. Peraltro, nel corso della visita, il Rigolon si era lamentato della condotta del medico, affermando che avrebbe sporto denuncia per le cure non adeguate. Ciò posto, si rappresenta che dagli esiti della visita ispettiva, demandata al Provveditorato Regionale per il Triveneto, non sono emersi profili di responsabilità in capo al personale di polizia penitenziaria in servizio presso l’Istituto di Padova, dove il Rigolon è deceduto a causa di « infarto miocardico », così come accertato in sede di autopsia. La Commissione ispettiva ha, infatti, appurato che il personale penitenziario «si è prodigato con il consueto spirito di collaborazione e di attenzione,quotidianamente profuso nei confronti dell’utenza custodita ». Si segnala, altresì, che sulla vicenda in questione sono state svolte indagini da parte della Procura della Repubblica di Padova. All’esito degli accertamenti eseguiti dalla locale Squadra Mobile ed in esito alle conclusioni di una specifica consulenza tecnica medico legale, la magistratura inquirente ha richiesto, in data 14 dicembre 2011, il rinvio a giudizio del medico di guardia dottoressa D’Agnese Orizia. Al predetto sanitario è stato contestato il reato di omicidio colposo di cui all’articolo 589 codice penale, per avere, nella sua qualità di Medico di Guardia presso la Casa di Reclusione, cagionato la morte di Rigolon Federico, con condotte negligenti imperite ed imprudenti, consistite, in particolare nell’avere omesso « di diagnosticare tempestivamente un quadro di infarto del miocardio già apprezzabile al momento della visita ».Il procedimento penale, così come comunicato dall’interpellata Autorità giudiziaria, è attualmente in corso.”

Questa la brevissima risposta che fornì l’esponente del Governo Monti che non soddisfò per niente la Deputata Bernardini che replicò come il detenuto Rigolon non era stato prontamente e adeguatamente assistito tant’è vero che la magistratura inquirente aveva chiesto il rinvio a giudizio del medico di guardia. Inoltre la Parlamentare Radicale precisava che le risultava che il Rigolon non era il primo caso nel quale un detenuto era passato a miglior vita dopo aver chiesto assistenza e non essere stato creduto dal personale sanitario.

In effetti la risposta fornita dal Sottosegretario Gullo non era solo “insoddisfacente” ma anche incompleta poiché non riferiva nulla in merito alle attività intraprese dal Governo nei confronti del Medico di guardia che, tra l’altro, il 04 aprile 2012 era stato già rinviato a giudizio innanzi al Giudice Monocratico del Tribunale Ordinario di Padova per omicidio colposo da parte del Giudice per l’Udienza Preliminare Dott.ssa Paola Cameran su richiesta del Pubblico Ministero Dott.ssa Orietta Canova.

Federico RigolonFederico (16 aprile 2011) lamentava un fortissimo dolore nella parte superiore dell’addome. Un dolore acuto, un dolore che non passava nonostante la terapia farmacologica che gli prescrisse il Medico del Carcere Dott.ssa Orizia D’Agnese, 41 anni, originaria di Avellino. Ed aveva ragione perché quella terapia (farmaci gastroprotettori) non era quella giusta poiché non si trattava di una banale gastrite ma di un infarto. Il giorno dopo, per l’ennesima volta, di buon mattino (alle 7,45), il detenuto si recò in Infermeria e la Dottoressa D’Agnese non cambiò la diagnosi rifiutandosi di disporre il suo trasferimento in Ospedale nonostante la sua forte insistenza. Secondo il Medico si trattava di una gastrite acuta e bastava solo qualche compressa di ranitidina e buscopan per risolvere il problema. Nella tarda mattinata (alle 11,40) Federico, per la terza volta, si ripresenta dal Medico, gridando di non farcela più. Non riusciva a sopportare quel dolore terribile. La D’Agnese non volle sapere nulla e si risentì del comportamento arrogante, aggressivo e privo di rispetto avuto dal detenuto nei suoi confronti tant’è che segnalò questa circostanza anche nel suo Diario Clinico. Gli prescrisse il contramal, un antidolorifico, suggerendo al Rigolon di non fumare più prenotando, altresì, un esame endoscopico in Ospedale. Federico rispose al Medico che per il suo comportamento l’avrebbe denunciata essendosi più volte rifiutata di tutelare la sua salute. Dopo circa 5 ore, nel pomeriggio, gli Agenti della Polizia Penitenziaria vennero avvertiti dai compagni di cella di Federico Rigolon che segnalarono che questi era disteso sul suo letto e non dava più alcun segno di vita. Troppo tardi : Federico era già morto, stroncato da un infarto miocardico acuto, durato circa 24 ore. Altro che gastrite acuta !

Il Sostituto Procuratore della Repubblica di Padova Dott.ssa Orietta Canova, dispose immediatamente l’apertura di una indagine per far luce sul misterioso decesso ed all’esito delle indagini preliminari chiese il rinvio a giudizio del Medico Penitenziario ritenuto responsabile di aver cagionato la morte del detenuto. Difatti, secondo la Consulenza Tecnica del Prof. Gaetano Thiene, Ordinario di Patologia Cardiovascolare dell’Università degli Studi di Padova e Responsabile dell’analogo Reparto dell’Azienda Ospedaliera di Padova e dal Dott. Claudio Terranova, Medico in servizio presso il Reparto di Tossicologia Forense dell’Azienda Ospedaliera di Padova, per salvare la vita di Federico Rigolon bastava un elettrocardiogramma per individuare con certezza l’infarto in atto. Sarebbe stata necessaria una coronarografia con angioplastica coronarica e l’applicazione di uno stent. Ma il paziente avrebbe essere dovuto immediatamente trasferito in Ospedale come del resto aveva espressamente, più volte, richiesto. Ed invece, a porre fine per sempre a quella straziante agonia, durata circa 24 ore, ci ha pensato la morte.

Nei giorni scorsi, dopo la chiusura del dibattimento, il Pubblico Ministero Dott.ssa Orietta Canova ha chiesto per la Dott.ssa Orizia D’Agnese la condanna a 2 anni di reclusione assicurando che “per la Procura di tratta di una colpa medica grave.” Ora, la sentenza sarà emessa il prossimo 22 maggio, dopo le arringhe di parte civile e difesa. La famiglia di Rigolon, comunque, è stata già risarcita prima dell’inizio del processo.

Quanti altri detenuti debbono ancora morire per colpa dei Medici Penitenziari ?

Innocenti in cella, assolti e archiviati: le vittime della Giustizia in Italia sono un esercito !


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C’è chi non ha fatto neanche un giorno di prigione. Ma per anni, prima di essere assolto, ha dovuto lottare, soffrire e pagare per dimostrare la sua innocenza. È accaduto a Raniero Busco, accusato dell’omicidio di Simonetta Cesaroni. C’è chi ha trascorso quasi ventidue anni in una cella e ha rivisto la luce solo grazie a una revisione del processo, come Giuseppe Gulotta. Chi ha ottenuto solo una giustizia postuma, come Giovanni Mandalà, accusato assieme a Gulotta della strage di Alcamo del 1976, condannato all’ergastolo nell’81 e riconosciuto del tutto estraneo ai fatti all’inizio del 2012, quando era già defunto.

C’è chi si è visto archiviare ogni accusa senza neanche dover entrare in un tribunale e chi è stato prosciolto prima del dibattimento, ma è stato costretto a spendere soldi e tempo per difendersi, ha trascorso notti in bianco, ha perso il lavoro, è stato lasciato dalla moglie, è finito sul lastrico.

Sotto tutte vittime di un sistema giudiziario che non funziona. Sono tante e, se l’annuncio di Berlusconi di fondare un partito a loro «dedicato» si trasformasse in realtà, nella nuova formazione potrebbero entrare a migliaia. A loro si aggiungono i cittadini italiani che devono subire i ritardi di procedimenti civili, pendenze pari a otto processi ogni cento abitanti. In questo caso, per ottenere una sentenza di primo grado ci vogliono 600 giorni e una media di quattro anni per arrivare a un verdetto definitivo.

Ma torniamo al penale. A settembre, nell’inchiesta pubblicata da «Il Tempo», abbiamo parlato di ingiusta detenzione e di errori giudiziari. Il dato-base, raccolto dal Censis, è che nella storia della Repubblica circa quattro milioni di persone sono state coinvolte in inchieste e sono risultate innocenti. È una stima, certo. Solo dal 1989, infatti, con l’entrata in vigore del nuovo codice di procedura penale, esistono statistiche precise e attendibili. E sono numeri che fanno venire i brividi. In ventitrè anni, fino al 2012, quasi 25 mila italiani e stranieri sono stati incarcerati ingiustamente. Lo Stato ha speso per risarcirli quasi 550 milioni di euro. Se a questi sommiamo altri 30 milioni rimborsati per errori giudiziari, arriviamo a quasi 600 milioni di euro. Ma non basta. Perché ai 25 mila ne dobbiamo aggiungere altrettanti. Secondo Eurispes e Unione delle camere penali, infatti, ogni anno vengono inoltrate 2500 domande di rimborso per ingiusta detenzione, ma solo 800 (meno di un terzo) vengono accolte a causa di alcuni cavilli.

Le cifre più recenti (raccolte dal sito specializzato Errorigiudiziari.com) confermano la tendenza: nel 2013 il totale dei casi di ingiusta detenzione è stato di 1368, quello dei casi di errore giudiziario 25; la spesa dei risarcimenti per ingiusta detenzione in un solo anno arriva a 35.853.732,58 euro, quella per i rimborsi per errori giudiziari a 852.922,57 euro.

Il distretto di Corte d’appello che ha speso di più per ingiusta detenzione è stato quello di Napoli (251 casi, 8.381.158,49 euro) e quello che ha sborsato più soldi per errori giudiziari, quello di Lecce (2 casi, 325.029,60 euro). Secondo il rapporto annuale del National Registry of Exoneration statunitense (il registro degli errori di giustizia) nel Belpaese si sbaglia dodici volte più che negli Usa. Non solo. Le ingiuste detenzioni in America sono state «appena» 1304 contro le nostre venticinquemila. Mettendocene altrettante che non hanno ottenuto denaro in cambio del tempo trascorso dietro le sbarre, arriviamo a quasi 40 volte il totale degli Stati Uniti.

Ma, come dicevamo, anche chi è stato assolto ha dovuto subire il calvario delle accuse, utilizzare i servizi di un legale e sopportare le relative ansie. La direzione generale di statistica del Ministero della Giustizia fa sapere (dati aggiornati al novembre 2011) che nel 2009 nel tribunali tricolori sono state 46.656 le persone assolte durante un giudizio ordinario che ne aveva coinvolte 152.601, quindi parliamo del 30,6%; 5.217 lo sono state dopo un giudizio immediato o in seguito all’opposizione a un decreto penale (su 14.645,); 1749 dopo un direttissimo; 3.889 dopo un abbreviato in sede di direttissimo e 7.379 dopo un abbreviato in sede di ordinario. Il totale sfiora le 65 mila unità. Nel 2010 la situazione è addirittura peggiorata: siamo a 72.467 assolti, cioè 7.578 in più dei dodici mesi precedenti. Questo senza contare i giudici di pace, che hanno totalizzato 7.657 «assoluzioni» nel 2009 (10,9%) e 8.856 nel 2010 (11%).

Poi ci sono gli imputati condannati in primo grado e riconosciuti innocenti in secondo o in terzo. Qualche anno fa il presidente di Corte d’appello di Roma disse che la metà circa delle sentenze del tribunale veniva riformata in seconda istanza. Anche se non esistono informazioni ufficiali, la stima del magistrato dovrebbe bastare a farsi un’idea (e il caso via Poma docet) di quanti vengono considerati colpevoli nel primo processo, magari finiscono in prigione (se vengono riconosciuti i «pericoli» previsti dal codice: reiterazione del reato, fuga e inquinamento delle prove) per essere riconosciuti estranei ai fatti mesi o, più probabilmente, anni dopo. Un esercito che ingrossa le sue file con chi è stato prosciolto senza dover entrare in un’aula di giustizia e con quanti sono stati indagati ed esposti alla gogna mediatica per vedere, più tardi, la propria posizione archiviata su richiesta dello stesso pubblico ministero o in base alla decisione del giudice per l’udienza preliminare.

Nella sua recente relazione in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario il presidente della Corte d’appello romana Catello Pandolfi ha sottolineato come, dal primo luglio 2012 al 30 giugno 2013, nella Capitale ci sono state 19.235 archiviazioni su un totale di 23.002 procedimenti avviati. Capita, infine, che nel corso del procedimento penale intervenga la prescrizione, che non vuol dire incolpevolezza ma soltanto che non si è riusciti a raggiungere una decisione in tempo utile. Anche così, comunque, le vite degli imputati restano «appese» alla loro sorte giudiziaria. E non sono poche, visto che in nove anni, dal 2001 al 2010 sono state la bellezza di un milione e 694.827, per una media annua di quasi 170 mila.

Insomma, sono tanti quelli che hanno subito un ingiustizia dalla Giustizia. E alcuni magistrati, da questo punto di vista, rappresentano un record. Sono talmente tanti, ad esempio, i «mostri» sbattuti in prima pagina per le inchieste dell’attuale sindaco di Napoli (poi scarcerati con tanto di scuse e risarcimenti a carico delloStato) che, alcuni cittadini esasperati hanno fondato «l’associazione vittime di De Magistris», nata nel 2008. Associazione che lega tra loro alcuni degli indagati delle inchieste dell’ex pm di Catanzaro, molte delle quali finite nel nulla. Vite distrutte per errori che rimangono puntualmente impuniti.

(fonte: Maurizio Gallo, Il Tempo, 17 marzo 2014)

Carceri, il Deputato Europeo Juan Fernando Lopez Aguilar giudica negativa la situazione penitenziaria italiana e critica l’abuso della custodia cautelare.


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“La situazione penitenziaria in Italia è un problema che non è mai stato considerato come priorità politica e finanziaria e sembra non esserci alcun cambiamento”. Lo ha detto l’europarlamentare Juan Fernando Lopez Aguilar, capo delegazione della Commissione Libertà civili, Giustizia e Affari istituzionali del Parlamento Europeo al termine dell’incontro con il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris.

La Commissione è stata ieri a Napoli per visitare il carcere di Poggioreale, ma prima della visita al penitenziario si è svolto un incontro con il primo cittadino nella sede del Comune. La delegazione, al termine della visita in Italia cominciata l’altro ieri a Roma, realizzerà un report per rappresentare all’Europa le condizioni delle carceri visitate.

Secondo Aguilar sarebbe necessario “che il nuovo Governo faccia un passo in avanti per mettere la situazione penitenziaria dell’Italia all’altezza della civiltà giuridica e del prestigio del Paese che è tra i fondatori dell’Europa”.

Un cambio di passo quello che chiede l’Europa all’Italia “visti anche – ha sottolineato l’eurodeputato Aguilar – i programmi ambiziosi che questo Governo si è posto. E necessario che il Governo italiano incorpori anche la priorità politico-legislativa che fino ad oggi non c’è stata per far fronte alla situazione drammatica dei penitenziari”. Sull’Italia – come ricordato – pendono la condanna e la sanzione dell’Europa a cui “c’è ancora il tempo di reagire, ma – ha evidenziato – c’è bisogno di una strategia, di decisioni politiche”.

Italia esempio negativo in Europa per sovraffollamento

L’Italia è un “esempio negativo in Europa per il sovraffollamento delle carceri, la qualità delle condizioni igieniche e il mancato reinserimento sociale dei detenuti”. è il quadro tracciato dal presidente della commissione europea per le Libertà civili, la giustizia e gli affari interni, Juan Fernando Lopez Aguilar, che con una delegazione di europarlamentari è in visita nel nostro Paese per valutare la situazione degli istituti penitenziari. Il capo delegazione, con alcuni colleghi tra cui Frank Engel e Kinga Goncz, ha già visitato il carcere di Rebibbia a Roma e oggi varcherà il portone di Poggioreale, dopo aver incontrato alcuni rappresentanti istituzionali come il sindaco di Napoli de Magistris, il Garante per i detenuti e alcune associazioni che operano nel settore.

Date le diverse condanne arrivate dalla Corte europea dei diritti umani, Aguilar riconosce che quello delle carceri è “un problema che attiene a tutta l’Europa”, ma sottolinea che la situazione italiana “è particolarmente drammatica. Da un’analisi comparativa – spiega – il sovraffollamento italiano è il peggiore tra gli stati dell’Ue e il Paese concorre con Serbia e Grecia per l’ultimo posto anche per la mancata attenzione ai diritti dei detenuti”. Per il capo delegazione “non è un problema di mancanza di leggi sulla tutela, ma di mancato adempimento degli obblighi legislativi”.

A tal proposito precisa che “una vera riforma in questo ambito non è mai stata una priorità politica e finanziaria dei governi che si sono succeduti” e non risparmia neanche l’Esecutivo in carica, che “si è imposto impegni tanto ambiziosi, ma finora non ha inserito questa tra le priorità”. La commissione non riscontra dunque alcun cambiamento di rotta, “molti degli istituti italiani sono vecchi di decenni o di secoli” ed è “stupefacente che almeno il 40% dei detenuti siano in attesa di giudizio”.

Fermo restando che la competenza è nazionale, Aguilar fa notare che “gli enti locali possono contribuire a un miglioramento della situazione prevedendo iniziative che favoriscano il reinserimento dei detenuti”.

Giustizia: per Bernardo Provenzano nessuna misericordia, in regime di 41 bis fino alla morte. Protesta dei Radicali.


Cella 41 bis OPVenti ergastoli, 33 anni e 6 mesi di isolamento diurno, 49 anni e un mese di reclusione e 13 mila euro di multa: lo Stato ha presentato il conto al boss Bernardo Provenzano. Nei giorni scorsi la Procura di Palermo ha completato il cosiddetto “cumulo”, il calcolo delle pene che il padrino di Corleone deve scontare.

Negli stessi giorni le Procure di Palermo, Firenze e Caltanissetta hanno espresso parere negativo alla proroga del carcere duro per Provenzano. Per i pm, infatti, il capomafia, gravemente malato e incapace di partecipare ai processi, non sarebbe in grado di comunicare con l’esterno. E siccome il carcere duro è finalizzato proprio ad evitare i contatti dei boss con l’esterno una proroga del 41 bis per il capomafia corleonese sarebbe inutile.

Magistrati, forze di polizia e Viminale, ogni due anni devono pronunciarsi sui rinnovi dei 41 bis per i mafiosi. I pareri vengono poi vagliati dal Guardasigilli che decide se prorogare o meno il regime detentivo speciale.

Nel caso di Provenzano, il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, ha prorogato il carcere duro. “Risulta conclamata oggettivamente la pericolosità” di Provenzano quale “capo ancora indiscusso” di Cosa Nostra. È quanto si legge nella lettera che il ministro Orlando, ha inviato al capo del Dap Giovanni Tamburino in merito alla proroga del 41bis per il boss.

“Ho firmato il decreto predisposto dal suo Dipartimento al fine della proroga del regime detentivo speciale relativo al detenuto sopra individuato”, si spiega nella lettera.

Nel documento il ministro sottolinea che “tale condizione, come sottolineato dalla Direzione nazionale antimafia, rende evidente la necessità di conservazione delle misure atte al contenimento della carica di pericolosità sociale del detenuto correlata al rischio di diramazione di direttive criminose all’esterno del circuito penitenziario”. Permane quindi il rischio di un passaggio di informazioni e questo impedisce di alleggerire il regime carcerario.

“Ciò anche in ragione – si spiega in un altro passaggio del documento – del motivato parere della Direzione nazionale antimafia circa la non evidenza di uno stato di totale scadimento delle attuali capacità di attenzione, comprensione ed orientamento spazio-temporale della persona”.

“Il detenuto per cui ho chiesto la revoca del 41 bis è quello per cui le Procure di Palermo, Firenze e Caltanissetta hanno espresso il parere. Quello al quale hanno confermato il carcere duro, evidentemente, è un altro”, ha commentato l’avvocato Rosalba Di Gregorio, legale del capomafia.

Per la Direzione Nazionale Antimafia che ha dato parere favorevole alla proroga del 41 bis per Bernardo Provenzano, le perizie sulle condizioni del boss, afflitto dal morbo di Parkinson e da diverse patologie neurologiche, non possono escludere che nel caso di un affievolimento del regime di carcere duro, il padrino sia ancora in grado di comunicare con altri soggetti e impartire ordini criminali.

Dalla perizia su cui si basano le Dda di Caltanissetta, Firenze e Palermo che, al contrario della Dna hanno detto no alla proroga, “non emerge – per la Dna – il totale scadimento delle capacità di attenzione, comprensione e orientamento spazio-temporale del Provenzano, bensì solo un degrado di queste facoltà, peraltro non quantificato e comunque non in grado di escludere la possibilità che il capo riconosciuto di Cosa nostra possa comunque comunicare, anche ordini di rilevanza criminale, con soggetti a sé vicini, se posto in un regime detentivo ordinario”.

“In nessun modo – aggiunge la Procura Nazionale – il regime di carcere duro è ostativo a un corretto trattamento sanitario del detenuto, così come riferito dalla stessa amministrazione penitenziaria”. “Peraltro – conclude – in due diverse recenti occasioni il Tribunale di sorveglianza di Bologna ha dichiarato inammissibile l’istanza di differimento della esecuzione della pena che il Provenzano aveva avanzato; argomentando, in ultima analisi, anche sulla costante e minuziosa assistenza sanitaria che viene prestata al detenuto e evidenziando che non vi sono cure, accertamenti o assistenza di cui lo stesso potrebbe beneficiare all’esterno che già non gli vengano garantite in ambiente carcerario”.

Francesco Paolo e Angelo Provenzano, figli del capomafia di Corleone, dopo la decisione del ministro della Giustizia, hanno chiesto: “Su quali ragioni si fonda un trattamento differenziato solo per nostro padre? Anzi, in verità solo per noi che siamo gli unici a subire, incolpevoli, questo regime speciale. È come se dicessero che siamo noi sospettati di portare messaggi fuori o da fuori”. “Perizie mediche e relazioni del reparto ospedaliero di Parma riconoscono l’incapacità di nostro padre – hanno spiegato – Alla luce di tali atti le Procure hanno espresso parere negativo alla proroga del 41 bis. Il ministro, invece l’ha prorogato. Ci chiediamo: esiste altra perizia medica che smentisce e dichiara false le precedenti? Pensiamo di no”.

“Chiediamo, a questo punto, – hanno infine aggiunto – che sia resa pubblica l’immagine attuale di questo detenuto speciale con gli occhi al soffitto, chiuso in una stanza blindata con tre guardie del Gom e un sondino al naso per nutrirsi. Esistono le registrazioni audio-video degli pseudo colloqui mensili con noi. Solo davanti a tale fotografia si può capire quale pericoloso soggetto si tiene al 41 bis”.

Contrari alla proroga del “carcere duro” nei confronti di Provenzano, i Radicali Italiani. L’Onorevole Maurizio Turco, ex Parlamentare, ha dichiarato “Prorogare il 41bis a Bernardo Provenzano più che disumano è atto di debolezza se è vero come è vero che Provenzano non è in grado di comunicare con l’esterno, ovvero di intendere e volere come accertato dalle Procure di Palermo, Caltanissetta e Firenze. Il Ministro ha invece ascoltato la Dna così svelando che la funzione del 41bis non è quella di non far comunicare i detenuti con l’esterno, tant’è che si fa parlare Riina urbi et orbi, ma di mostrare la faccia feroce della repressione non potendo esibire una politica di prevenzione efficace.” 

Si impiccò a San Vittore: “Psichiatra e Psicologa non fecero nulla per impedire quel suicidio” Per il Pm vanno condannate


Casa Circondariale San Vittore Milano

«Non fecero nulla per impedire quel suicidio in cellaPsichiatra e psicologa di San Vittore vanno condannate per omicidio colposo». Un anno e quattro mesi di pena ha chiesto ieri il pm Silvia Perrucci al termine della sua requisitoria per M.M. e R.D.S., le due professioniste che nell’estate del 2009 erano in servizio nel carcere di piazza Filangieri. Secondo l’accusa, non si sarebbero rese conto che Luca Campanale, 28 anni, in cella per uno scippo, era un soggetto ad alto rischio. E così avrebbero colposamente omesso i controlli dovuti, lasciando il giovane al suo destino di morte.

Il suicidio del ragazzo risale al 12 agosto di cinque anni fa. Luca era stato appena trasferito a San Vittore dal penitenziario di Pavia, e la sua cartella clinica segnalava un «ben evidente quadro psicotico persecutorio» con nove atti di autolesionismo o tentativi di suicidio in quattro mesi. Avrebbe dovuto dunque essere mantenuto nel reparto ad alto rischio con sorveglianza a vista, ma forse a causa del sovraffollamento venne inviato quasi subito in un reparto a rischio medio. Fra l’altro, stando dietro le sbarre il suo stato di salute mentale peggiorava visibilmente, mentre la psichiatra di San Vittore decideva di alleggerire la cura farmacologica prescritta a Pavia. Da mesi chi lo assisteva aveva sollevato la questione con la direzione sanitaria della struttura.

Ma nemmeno l’istanza urgente depositata in giugno dal suo legale alla corte d’appello, con la quale si chiedeva «l’immediato ricovero presso idonea struttura sanitaria», aveva avuto ascolto. Altri 19 giorni e Luca venne trovato impiccato nel bagno della sua cella, attaccato con le lenzuola alle sbarre della finestrella. Non era solo nella stanza, il ragazzo. Con lui tre compagni, tutti però con problemi psichici di vario tipo. Nonostante la storia che aveva alle spalle e tutta la documentazione prodotta dal suo avvocato, secondo l’accusa psichiatra e psicologa non presero sul serio il rischio che il giovane si togliesse la vita. «Pretenzioso ed immaturo», lo descrisse il medico nella sua nota del 4 agosto. Otto giorni dopo, Campanale si era ucciso.

«L’ultima volta che lo vidi – raccontò suo padre Michele al nostro giornale – fu poche ore prima che si uccidesse. “Stasera vengo a casa, papà”, poi abbracciò me e mia moglie che non capivamo. Alle tre e mezzo di notte ci telefonò il cappellano del carcere: “Luca non è più tra noi”». Il ragazzo non avrebbe dovuto trovarsi in galera, ma in una clinica. «E’ stata una morte annunciata», ha sempre detto Campanale. «Da quando ebbe un grave incidente stradale, a 17 anni, Luca non è stato più lo stesso. Subì una lesione cranica, rimase in coma e poi sulla sedia a rotelle, i medici ci dissero che non sarebbe tornato come prima. Da allora, e per 12 anni, io e sua madre ci trovammo a cozzare contro la legge Basaglia, che pretende sia il malato a scegliere di farsi curare».

La psichiatra e la psicologa di San Vittore, ieri per bocca dei loro avvocati difensori, hanno ripetuto di aver fatto tutto il possibile con quello strano detenuto. «In certi casi – ha detto uno dei legali – il rischio di suicidio si può contenere ma non neutralizzare». E’ stata, in pillole, anche la tesi difensiva del ministero della Giustizia, citato in causa come responsabile civile.

Milano, 28 marzo 2014 – di Mario Consani, Giornalista de “Il Giorno.it”

Carceri, lavorarono sottopagati: due detenuti vincono causa contro il Ministero della Giustizia dinanzi alla Corte di Appello di Roma.


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La Corte d’Appello di Roma ha pronunciato una sentenza storica che segna una vera e propria svolta in merito ai criteri da seguire sulla quantificazione della retribuzione che spetta a chi lavora mentre sconta una pena dietro lo sbarre.

A rivolgersi al tribunale erano stati due ex detenuti, in particolare uno che aveva fatto il giardiniere a Rebibbia dal 1° novembre del 2002 al 31 luglio del 2006 e un altro che era stato addetto alla lavanderia nel carcere di Civitavecchia dal gennaio 2007 al maggio 2010.

Per alcuni anni, durante la loro carcerazione, i due avevano prestato attività lavorativa nel carcere in cui dovevano scontare la pena ed entrambi erano stati remunerati con compensi fermi ai minimi sindacali vigenti nel lontano 1993.

Per questo motivo hanno deciso di far causa al Ministero della Giustizia e, qualche giorno fa, la Corte d’Appello di Roma, sezione controversie del lavoro, ha dato loro ragione e ha condannato il ministero a “pagare” oltre 15mila euro, rispettivamente 9.633 euro al primo detenuto e 5.713 euro al secondo “a titolo di differenze per la retribuzione ordinaria, mensilità aggiuntive, ferie, rol e indennità di fine rapporto oltre che le spese processuali, interessi legali e rivalutazione monetaria”.

“Una sentenza, quella della Corte d’Appello di Roma che – ha detto l’avvocato Marco Tavernese – sanziona la condotta del ministero che da circa 20 anni omette di aggiornare l’importo delle mercedi corrisposte ai detenuti lavoratori. Questo è in palese violazione dell’art.22 della legge 354/1975 che espressamente impone al ministero della Giustizia di indicizzare (nella misura non inferiore ai 2/3) gli importi da corrispondere ai detenuti lavoratori a quanto stabilito dai minimi sindacali previsti dal contratto collettivo”.

La sentenza della Corte d’Appello ha dunque “definito un contenzioso promosso dall’associazione sindacale Cobas in favore di detenuti presenti all’interno di tutte le strutture carcerarie italiane – ha continuato il legale – ribaltando l’orientamento espresso in primo grado dal Tribunale di Roma, che, con circa 40 sentenze, ha rigettato altrettanti ricorsi condannando in molti casi i detenuti a corrispondere il pagamento delle spese legali”.

Per Angiolo Marroni, garante regionale dei detenuti, “questa sentenza è una grande vittoria che fa giustizia di una situazione che anche io ho denunciato più volte e cioè quella in cui i detenuti sono sottopagati per i lavori che prestano all’interno delle carceri. E’ una sentenza che va applaudita perché è un’operazione verità e di rispetto della legalità. Il problema che si può porre, però, è che se tutti i detenuti lavoratori facessero ricorso il ministero sarebbe costretto a sborsare una grossa cifra e non vorrei che venisse usato per non dare ai detenuti la possibilità di lavorare all’interno delle carceri, togliendo loro anche questa dignità. Bisogna stare attenti affinché non finisca proprio così”.

Carceri, Quintieri (Radicali) : a Catanzaro i detenuti non vengono curati. L’Asp faccia meno “spot propagandistici”


Casa Circondariale Catanzaro Siano

Sono costretto, ancora una volta, ad intervenire pubblicamente dopo quanto affermato, nel corso di una conferenza stampa tenutasi nei giorni scorsi, dai Dirigenti dell’Azienda Sanitaria Provinciale di Catanzaro e, nello specifico, dal Dottor Antonio Montuoro, referente della Sanità Penitenziaria Provinciale, secondo il quale ai detenuti ristretti (anche) nella Casa Circondariale di Siano, vengono garantite tutte le cure necessarie sia all’interno che all’esterno della struttura detentiva ricorrendo persino a visite specialistiche di qualità nei diversi ospedali del territorio.

Aldilà dei dati diffusi dall’Azienda Sanitaria Provinciale sulle prestazioni effettuate infra ed extramoenia, la salute in carcere non viene tutelata in maniera adeguata e sufficiente. Ed oltre al caso del detenuto Alessio Ricco, il quale – lo ripeto – ha atteso 165 giorni (circa 5 mesi) prima di veder diagnosticata dallo Specialista Reumatologo la patologia di cui fosse affetto e, quindi, di vedersi somministrata una terapia farmacologia appropriata ed efficace, lo dimostrano le continue lamentele che pervengono al sottoscritto, da parte di tanti cittadini reclusi appartenenti ai Circuiti Penitenziari dell’Alta e della Media Sicurezza e loro familiari, sulle quali stiamo effettuando opportune verifiche prima di assumere le iniziative più appropriate per la tutela di quei diritti inviolabili, come quello alla salute, che lo Stato deve assolutamente garantire.

Tant’è vero che molti di questi detenuti sono costretti ad attuare, anche inutilmente, lo sciopero della fame anche solo per essere convocati dal personale del Servizio Sanitario Penitenziario. E non è il solo Alessio Ricco ad aver intrapreso tale estrema forma di protesta nonviolenta. Proprio in questa settimana mi sono giunte ulteriori segnalazioni di detenuti gravemente ammalati e sottoposti a tortura e cioè ad un trattamento carcerario illegale poiché le condizioni in cui sono costretti ad espiare la pena li obbligano a soffrire un disagio o a sopportare una prova d’intensità superiore all’inevitabile livello di sofferenza, sottinteso nella detenzione.

Mi riferisco, in particolare modo, ai detenuti Domenico Tortora e Roberto Giaquinta, entrambi appartenenti al regime differenziato dell’Alta Sicurezza (AS3), i quali attendono, ormai da diversi mesi, di essere sottoposti ad interventi diagnostici specialistici anche di tipo chirurgico per le loro problematiche di salute. Quanto al Tortora, detenuto da 12 anni ed il quale tra 10 mesi tornerà in libertà per fine pena, evidenzio che allo stesso, da ottobre 2013 sono stati somministrati solo degli antidolorifici poiché la sua problematica (dolori all’anca destra) era stata “sottovalutata”. Rivelatasi inefficace la cura, dopo le sue rimostranze, nel mese di gennaio 2014 è stato sottoposto ad una tac che ha rivelato l’assenza di cartilagine all’anca destra ed i Sanitari gli hanno prospettato l’urgenza di praticare un intervento chirurgico per applicargli una placca in metallo per risolvere la situazione. Mi risulta che, nello scorso mese, i suoi congiunti abbiano interpellato sia il Magistrato di Sorveglianza che il Direttore dell’Istituto senza ottenere alcuna risposta. In ogni caso, la “lettera” è servita per fargli dare, in un primo momento, le stampelle e, successivamente, la sedia a rotelle per impossibilità di deambulare. Inoltre, proprio nei giorni scorsi, il suddetto detenuto, per evitare ulteriori complicazioni e permettergli di spostarsi agevolmente con la carrozzella, è stato sistemato a piano terra poiché si trovava nei piani superiori. Quanto al Giaquinta, faccio presente, che dal 10 marzo u.s. ad oggi sta effettuando lo sciopero della fame per ottenere di essere sottoposto ad una risonanza magnetica ed eventualmente ad un intervento chirurgico. Infatti, il predetto, nel 2005, subì un intervento chirurgico alla base del collo e precisamente alla colonna cervicale e gli vennero applicate una placca e delle viti in titanio fra le vertebre C5 e C7. Da diversi mesi avverte dei dolori al collo e dopo aver effettuato una tac gli è stato detto che, con molta probabilità, le viti si sono rotte e che per tale motivo bisogna effettuare ulteriori accertamenti (risonanza magnetica) ed in caso affermativo praticare un intervento chirurgico perché c’è il rischio che potrebbe restare paralizzato.

Queste non sono “polemiche” bensì fatti precisi e circostanziati sui quali, nei prossimi giorni, dopo aver acquisito ulteriori informazioni, solleciterò la presentazione di una Interrogazione Parlamentare ai Ministri della Giustizia e della Salute e l’effettuazione di una ennesima visita ispettiva per accertare personalmente le condizioni di detenzione degli stessi.

La “malasanità carceraria” oltre al sovraffollamento, alle deprecabili condizioni igienico sanitarie ed alla insufficienza di sostegno psicologico, è uno dei principali problemi delle nostre Patrie Galere. Invero, sono particolarmente allarmanti, i numeri dei detenuti morti per suicidio (60%) o per malattia (25%) mentre si trovavano in custodia allo Stato (senza far riferimento a quelle migliaia di “casi da accertare”). Dal 2000 ad oggi sono decedute 2.274 persone detenute e ben 812 di queste si sono tolte la vita. In questi primi mesi del 2014 siamo già a 35 morti e 11 suicidi. Sono tanti i detenuti che ogni anno muoiono per “cause naturali” nelle carceri italiane, anche in quelle calabresi. E raramente i giornali ne danno notizia. Spesso la causa del decesso è l’infarto, evento difficilmente prevedibile. Altre volte sono le complicazioni di un malanno trascurato o curato male. Altre volte ancora la morte arriva al termine di un lungo deperimento, dovuto a malattie croniche o, addirittura, a scioperi della fame e della sete. E purtroppo, nota dolente, va detto che l’Autorità Giudiziaria competente applica in maniera molto disomogenea le norme sul differimento o la sospensione della pena o sulla concessione di misure alternative alla detenzione inframuraria per le persone gravemente ammalate. Sempre più frequentemente la “scarcerazione” viene negata con la scusante della “pericolosità sociale” nonostante quei detenuti siano del tutto innocui perché profondamente debilitati dalla malattia.

In buona sostanza, vi è un generale azzeramento della dignità e del rispetto dei diritti umani e civili che lede l’integrità psico-fisica delle persone detenute in Italia. E tutto questo ha trovato conferma nelle sentenze emesse contro l’Italia dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo che qualifica il trattamento riservato ai detenuti e le loro condizioni di vita, nel complesso, come “inumane e degradanti”, contravvenenti l’Art. 3 della Convenzione Europea che li proibisce in maniera assoluta. Quindi, i detenuti, dopo aver perso la libertà, rischiano di perdere la salute e, purtroppo, sempre più spesso, anche la vita.

In definitiva, invito il Dottor Montuoro e l’Asp di Catanzaro a fare meno “spot propagandistici” ed a fare di più per assicurare ai cittadini detenuti (iniziando da quelli segnalati), al pari dei cittadini in stato di libertà, la erogazione di prestazioni di prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione in maniera tempestiva, efficace ed appropriata.

Cetraro lì 28 Marzo 2014

Emilio Enzo QUINTIERI

Esponente dei Radicali Italiani